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XX Domenica dopo Pentecoste

Un cuore per i giorni cattivi

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Nel 1577 san Giovanni della Croce fu rinchiuso in una piccola cella del convento dei Carmelitani di Toledo. Vi rimase per mesi, sottoposto a privazioni, umiliazioni e sofferenze. Eppure proprio in quella prigione, quando esteriormente tutto sembrava perduto, cominciò a comporre alcuni dei versi più belli del suo Cantico spirituale. Gli avevano tolto la libertà, ma non erano riusciti a togliergli Dio. I giorni erano cattivi; il suo cuore, invece, rimaneva rivolto al Signore.

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San Paolo oggi ci dice precisamente questo: «Comportatevi con circospezione, non da stolti ma da saggi, riscattando il tempo, perché i giorni sono cattivi».

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Riscattare il tempo. Non significa fare più cose, riempire ogni minuto, correre ancora più velocemente. Significa non permettere che il male del tempo in cui viviamo diventi il male del nostro cuore.

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L’Introito ci porta dentro una scena ancora più drammatica. Azaria prega in mezzo alla fornace: Omnia, quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti: quia peccávimus tibi, et mandátis tuis non obedívimus: sed da glóriam nómini tuo, et fac nobíscum secúndum multitúdinem misericórdiæ tuæ — «Tutto ciò che ci hai fatto, Signore, lo hai fatto con giusto giudizio, perché abbiamo peccato contro di te e non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti; ma da’ gloria al tuo nome e agisci con noi secondo l’immensità della tua misericordia». È dentro il fuoco, eppure non bestemmia, non si ribella, non perde la fiducia. Riconosce il peccato, accetta il giudizio di Dio e poi domanda misericordia. La fornace non riesce a spegnere la fede.

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San Paolo ci dice come si attraversano tempi simili: non riempiendoci dello spirito del mondo, ma dello Spirito Santo; comprendendo la volontà di Dio; trasformando perfino le ore difficili in preghiera e lode.

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Il Graduale aggiunge una certezza: Oculi ómnium in te sperant, Dómine: et tu das illis escam in témpore opportúno — «Gli occhi di tutti sperano in te, Signore, e tu dai loro il cibo nel tempo opportuno». Non dice: Dio ci darà sempre ciò che vogliamo, quando lo vogliamo. Dice: nel tempo opportuno. La fede sa aspettare anche quando non comprende ancora.

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Ed è precisamente questa la fede che il Vangelo ci mostra nell’ufficiale di Cafarnao. Suo figlio sta morendo. Va da Gesù e lo supplica di scendere a guarirlo. Ma Gesù non parte con lui. Gli dice soltanto: «Va’, tuo figlio vive». A questo punto quell’uomo deve scegliere: pretendere un segno oppure fidarsi di una parola. Il Vangelo dice semplicemente: «Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino».

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Questa forse è una delle definizioni più belle della fede: credere e mettersi in cammino prima di aver visto.

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Noi spesso facciamo il contrario: «Signore, fammi vedere, e allora crederò. Risolvi questo problema, e allora mi fiderò. Fammi capire tutto, e allora obbedirò». L’ufficiale invece torna verso casa con una sola cosa in mano: la parola di Cristo.

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Per questo l’Alleluia può cantare: Parátum cor meum, Deus, parátum cor meum: cantábo et psallam tibi, glória mea — «Pronto è il mio cuore, o Dio, pronto è il mio cuore; canterò e inneggerò a te, mia gloria». Un cuore pronto. Non perché vede già come andrà a finire, ma perché sa in chi ha posto la propria fiducia.

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Santa Teresa di Gesù Bambino conobbe qualcosa di simile negli ultimi mesi della sua vita. Attraversò una durissima prova della fede, un’oscurità interiore nella quale non sentiva più le consolazioni di prima. Eppure continuò a credere, a pregare, a offrire, a fidarsi. La fede più pura talvolta è proprio questa: continuare a camminare quando non vediamo ancora.

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All’Offertorio la Chiesa sembra trovarsi anch’essa in esilio: Super flúmina Babylónis, illic sédimus et flévimus, dum recordarémur tui, Sion — «Sulle rive dei fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo ricordandoci di te, Sion». Il cristiano non deve stupirsi se talvolta si sente straniero in questo mondo. Ma non dimentica Sion. Non permette che Babilonia gli faccia dimenticare dove sta andando.

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E alla Comunione arriva una parola piena di tenerezza: Meménto verbi tui servo tuo, Dómine, in quo mihi spem dedísti: hæc me consoláta est in humilitáte mea — «Ricordati della parola data al tuo servo, Signore, mediante la quale mi hai dato speranza: essa mi ha consolato nella mia umiliazione». È la stessa esperienza dell’ufficiale: una parola alla quale aggrapparsi mentre si torna a casa.

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Questa settimana proviamo allora a riscattare concretamente il tempo. Scegliamo un momento della giornata che normalmente disperdiamo e restituiamolo a Dio. Quando arriva una contrarietà, prima di lamentarci chiediamoci: «Signore, che cosa vuoi da me in quest’ora?». E scegliamo una parola di Cristo alla quale rimanere fedeli anche quando non vediamo ancora il risultato.

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I giorni possono essere cattivi. La prova può essere una fornace, una prigione, perfino una Babilonia.

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Ma il cristiano può attraversarli con una certezza nel cuore: Cristo ha parlato. E la sua parola basta per rimetterci in cammino.

©️ - Amicitia Liturgica

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