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XII Domenica dopo Pentecoste

Non passare oltre

Nel primo Seicento, a Cartagena de Indias, sulle coste dell’attuale Colombia, arrivavano navi cariche di schiavi africani strappati alla loro terra. Molti si tenevano lontani da quelle navi. Dalle stive saliva l’odore della malattia, della fame, della paura, dell’umiliazione. Uomini e donne erano stati divelti dalla loro terra, incatenati, trattati come merce. San Pietro Claver invece scendeva. Entrava dove gli altri non volevano entrare. Portava cibo, medicine, parole di consolazione, interpreti per farsi capire, e soprattutto la carità di Cristo. Non si domandava: “Chi è il mio prossimo?”. Si faceva prossimo.

La Messa di questa XII Domenica dopo Pentecoste ci porta proprio qui: dal ragionamento alla misericordia, dalla domanda teorica alla ferita concreta, dalla lettera che uccide allo Spirito che vivifica. Il sacerdote e il levita vedono e passano oltre; il Samaritano vede e si ferma. La differenza non è negli occhi, ma nel cuore.

L’Introito è il grido dell’uomo ferito: Deus, in adjutórium meum inténde: Dómine, ad adjuvándum me festína: confundántur et revereántur inimíci mei, qui quærunt ánimam meam — O Dio, vieni in mio aiuto; Signore, affrettati ad aiutarmi; siano confusi e coperti di vergogna i miei nemici, coloro che cercano la mia anima. È la preghiera dell’umanità caduta sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico: spogliata, percossa, lasciata mezza morta. È anche la preghiera di ogni anima ferita dal peccato, dalla solitudine, dalla tentazione, dalle cadute, dalle miserie che non riesce più a curare da sola.

La Colletta ci fa chiedere di servire Dio degnamente e di correre senza inciampo verso le sue promesse: Omnípotens et miséricors Deus, de cujus múnere venit ut tibi a fidélibus tuis digne et laudabíliter serviátur: tríbue, quǽsumus, nobis, ut ad promissiónes tuas sine offensióne currámus — Dio onnipotente e misericordioso, dal cui dono viene che i tuoi fedeli ti servano degnamente e lodevolmente: concedici, te ne preghiamo, di correre senza inciampo verso le tue promesse. Non basta sapere la strada; bisogna camminare. Non basta conoscere il comandamento; bisogna compierlo. Non basta dire “ama il prossimo”; bisogna fermarsi davanti al ferito.

L’Epistola ci dà la chiave: Dio ci ha resi ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece vivifica. La lettera, quando resta sola, può diventare fredda, precisa, persino religiosa, ma incapace di salvare. Può misurare il dovere e dimenticare l’uomo. Può discutere sul prossimo e non fasciare una piaga. Lo Spirito invece dà vita: fa vedere nell’altro non un caso, non un peso, non un estraneo, ma un fratello da soccorrere.

San Basilio diceva con forza che il pane conservato inutilmente appartiene all’affamato, il mantello chiuso nell’armadio appartiene a chi è nudo, il denaro nascosto appartiene al povero. Non è retorica: è il Vangelo visto secondo lo Spirito. La carità non comincia quando abbiamo risolto tutti i nostri problemi; comincia quando riconosciamo che ciò che abbiamo ricevuto può diventare olio e vino sulle ferite di un altro.

Dopo l’Epistola, il Graduale diventa canto di gratitudine: Benedícam Dóminum in omni témpore: semper laus ejus in ore meo — Benedirò il Signore in ogni tempo: sempre la sua lode sarà nella mia bocca. È il canto dell’uomo soccorso. Chi è stato salvato non può più vivere come se tutto gli fosse dovuto. In Dómino laudábitur ánima mea: áudiant mansuéti et læténtur — Nel Signore si glorierà l’anima mia: ascoltino i miti e si rallegrino. I miti comprendono questa gioia, perché sanno di essere stati visitati dalla misericordia. Solo chi si riconosce ferito diventa veramente capace di misericordia.

Nel 1873 padre Damiano de Veuster arrivò a Molokai, nelle Hawaii, dove i malati di lebbra erano confinati nella penisola di Kalawao-Kalaupapa, lontani dalle famiglie e dalla società. Avrebbe potuto limitarsi a visitarli, portare aiuti, amministrare i sacramenti e poi tornare in un luogo sicuro. Invece scelse di restare. Visse con loro, costruì case, curò i malati, confessò, celebrò la Messa, seppellì i morti. Non guardò la ferita da lontano: entrò nella ferita. E arrivò a dire non più “i lebbrosi”, ma “noi lebbrosi”, perché si era fatto davvero prossimo a coloro che tutti avevano allontanato.Questo è il contrario della lettera senza Spirito: non una carità amministrata da lontano, ma una presenza che si fa vicina.

L’Alleluia mantiene il tono della preghiera fedele: Dómine, Deus salútis meæ, in die clamávi et nocte coram te — Signore, Dio della mia salvezza, di giorno ho gridato e di notte davanti a te. La Chiesa non smette di pregare. Di giorno e di notte, porta davanti a Dio il dolore del mondo, le ferite degli uomini, le miserie visibili e quelle nascoste. La vera carità nasce sempre da qui: da un cuore che ha gridato a Dio e perciò sa ascoltare il grido del fratello.

Ed ecco il Vangelo. Un dottore della legge domanda a Gesù: “Ma chi è il mio prossimo?”. La domanda sembra intelligente; in realtà cerca un confine. Fin dove devo arrivare? Chi devo amare? Chi posso escludere? Gesù risponde con una strada, un ferito e tre passanti. Il sacerdote vede e passa oltre. Il levita vede e passa oltre. Il Samaritano vede e ha compassione. Si avvicina, fascia le piaghe, versa olio e vino, carica l’uomo sulla propria cavalcatura, lo conduce alla locanda, paga per lui e promette di tornare.

Gesù rovescia la domanda. Non chiede: chi merita di essere considerato mio prossimo? Chiede: di chi io voglio farmi prossimo? La carità cristiana non comincia scegliendo chi è degno del mio aiuto; comincia quando permetto allo Spirito di Cristo di avvicinarmi a chi soffre.

Ma la parabola scende ancora più in profondità. I Padri hanno visto nel buon Samaritano Cristo stesso. L’uomo ferito è Adamo, è l’umanità, siamo noi. Scendiamo da Gerusalemme a Gerico, dalla città di Dio verso la città bassa del peccato; veniamo spogliati dal nemico; restiamo incapaci di rialzarci. Passano gli uomini, passano le sapienze, passano i soccorsi insufficienti. Poi viene Cristo. Si china. Versa l’olio della misericordia e il vino della Passione. Ci carica su di sé. Ci porta alla locanda, che è la Chiesa. Paga per noi. E promette di tornare.

All’Offertorio la Chiesa prende la voce di Mosè che intercede per il popolo peccatore: Precátus est Moyses in conspéctu Dómini Dei sui, et dixit: Quare, Dómine, irásceris in pópulo tuo? Parce iræ ánimæ tuæ: meménto Abraham, Isaac et Jacob — Pregò Mosè alla presenza del Signore suo Dio e disse: Perché, Signore, sei irritato contro il tuo popolo? Placa la collera della tua anima; ricordati di Abramo, Isacco e Giacobbe. Mosè non passa oltre davanti al peccato del popolo. Intercede. Si mette in mezzo. Fa, in anticipo, l’opera del Samaritano: non cura ferite del corpo, ma cerca di salvare un popolo dalla rovina.

San Vincenzo de’ Paoli non si accontentò di commuoversi davanti alla povertà: organizzò la carità. Fondò confraternite, coinvolse laici, sacerdoti, donne generose, perché i poveri fossero visitati, nutriti, curati, accompagnati. La carità secondo lo Spirito non è impulso di un momento: diventa fedeltà, ordine, servizio concreto. Non dice soltanto “poveretti”; domanda: chi va? quando? con che cosa? fino a quando?

La Comunione ci porta al rendimento di grazie per il cibo che sazia: De fructu óperum tuárum, Dómine, satiábitur terra: ut edúcas panem de terra, et vinum lætíficet cor hóminis — Del frutto delle tue opere, o Signore, la terra sarà saziata: tu fai uscire il pane dalla terra e il vino rallegra il cuore dell’uomo. Il pane e il vino della terra diventano, sull’altare, il Corpo e il Sangue del Signore. Cristo non ci cura da lontano: entra in noi. Non versa soltanto olio e vino sulle piaghe: dona se stesso. L’Eucaristia è il buon Samaritano che continua a chinarsi sull’uomo ferito.

Oggi il Signore non ci domanda di discutere sulla carità, ma di farla. C’è un ferito sulla nostra strada. Forse in casa: una persona sola, anziana, difficile, trascurata. Forse nel lavoro: qualcuno che tutti evitano. Forse nella parrocchia: un’anima che ha bisogno di essere cercata. Forse tra i poveri reali, che non sono idee ma volti. Forse anche dentro di noi: una ferita che non vogliamo portare alla locanda della Chiesa, alla Confessione, all’Eucaristia, alla cura di Cristo.

Questa settimana scegliamo un atto da buon Samaritano. Non un sentimento generico. Un atto. Una visita. Una telefonata. Un aiuto economico sobrio ma reale. Una riconciliazione. Una persona ascoltata senza fretta. Un povero servito senza fotografare la carità. Una sofferenza portata nella preghiera di intercessione, come Mosè davanti a Dio.

E soprattutto chiediamo allo Spirito Santo di liberarci dalla lettera che uccide: dalla religione che sa ma non ama, dalla prudenza che diventa scusa, dalla purezza che passa oltre, dalla preghiera che non si fa misericordia. Cristo si è fatto il nostro prossimo più vicino. Si è chinato su di noi quando eravamo feriti. Ci ha portati nella Chiesa. Ha pagato per noi con il suo Sangue. Ora ci dice: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

Non passiamo oltre. Non domandiamo chi merita. Non aspettiamo una strada più comoda. Il ferito è lì, Cristo è lì, la grazia è lì. E proprio lì, dove la lettera si fermerebbe, lo Spirito vuole vivificare.

©️ - Amicitia Liturgica

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