III Domenica dopo Pasqua
«Ancora un poco… e la gioia che nessuno potrà togliere»
C’è una frase del Vangelo di oggi che, se presa sul serio, cambia completamente il modo di stare al mondo: «Ancora un poco e non mi vedrete… e ancora un poco e mi rivedrete». È come se Cristo dicesse: quello che vivi adesso non è definitivo. Eppure noi viviamo spesso come se tutto fosse definitivo: le fatiche, le attese, le incomprensioni, persino le nostre cadute.
La liturgia, invece, ci educa a uno sguardo diverso.
All’Introito non si parte dalla fatica, ma dalla lode: «Acclamate Dio, tutta la terra». È un invito universale, quasi sproporzionato rispetto alla nostra esperienza quotidiana. Eppure è proprio qui il punto: la Chiesa non canta perché tutto va bene, ma perché Cristo è risorto e ha già inaugurato un mondo nuovo. Come dice sant’Agostino: «Siamo il tempo della lode, perché siamo il tempo della speranza». La lode nasce non da ciò che vediamo, ma da ciò che ci è stato promesso.
E san Pietro, nell’Epistola, ci riporta subito alla concretezza: «Vi esorto come stranieri e pellegrini». Ecco la condizione cristiana. Non siamo installati, non siamo arrivati, non siamo a casa. Siamo in cammino. E questo spiega molte cose: perché ci sentiamo a disagio, perché il mondo non ci basta, perché anche nelle gioie rimane una nostalgia. Non è un difetto: è un segno. È la prova che siamo fatti per altro.
Un antico padre del deserto, abba Mosè, diceva: «L’uomo che ha conosciuto Dio non trova più riposo nelle cose di prima». È esattamente quello che san Pietro descrive: una vita che non si lascia più assorbire completamente da ciò che passa.
Il primo Alleluia allora proclama: «Ha inviato la redenzione al suo popolo». Non siamo lasciati soli in questo stato di pellegrini. Siamo stati riscattati. La nostra libertà non è teorica: è reale. Cristo ci ha liberati dal dominio del peccato, ma ora questa libertà deve essere vissuta. Ed è qui che spesso falliamo: siamo liberati, ma viviamo da schiavi; siamo redenti, ma continuiamo a comportarci come se nulla fosse cambiato.
Il secondo Alleluia ci dà la chiave: «Bisognava che il Cristo soffrisse… e così entrasse nella sua gloria». Non c’è gloria senza passaggio. Non c’è gioia senza attraversamento. E questo vale anche per noi. La vita cristiana non elimina la prova: la trasfigura.
San Giovanni della Croce, durante la sua prigionia a Toledo, in condizioni durissime, senza luce, quasi senza cibo, scriveva versi di una serenità sorprendente. Non perché non soffrisse, ma perché aveva compreso che la notte non è l’ultima parola. È proprio lì che Dio opera più profondamente. Questo è il mistero pasquale vissuto nella carne.
Il Vangelo porta tutto a compimento: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia». Non dice: sarà eliminata. Dice: sarà trasformata. È un verbo fortissimo. La gioia cristiana non elimina la tristezza: nasce attraverso di essa, come la vita che viene alla luce passando attraverso il dolore del parto. È l’immagine della donna che partorisce usata da cristo nel Vangelo..
Qui si comprende perché la gioia cristiana è così diversa da ogni altra: «Nessuno potrà togliervela». Perché non dipende dalle circostanze, ma da una presenza. È la gioia del Cristo vivo, già operante dentro la storia.
L’Offertorio allora diventa una risposta personale: «Loda, anima mia, il Signore… lo loderò per tutta la mia vita». Non è un entusiasmo passeggero, ma una decisione. L’anima parla a se stessa, si richiama, si educa. È una scelta stabile: vivere nella lode anche quando non tutto è chiaro.
San Gregorio Magno scriveva: «Chi canta le lodi di Dio nella prova, anticipa la gioia del cielo». È esattamente ciò che la liturgia ci insegna oggi.
E infine la Comunione ci riporta alla parola iniziale del Vangelo: «Ancora un poco… e mi rivedrete». Qui questa parola non è più solo promessa futura: è esperienza presente. Nell’Eucaristia Cristo si fa realmente incontrare. Non lo vediamo con gli occhi, ma lo riceviamo. È una presenza reale che alimenta la speranza.
Santa Liduina di Schiedam, immobilizzata per anni da sofferenze atroci, trovava nella Comunione una gioia che stupiva chi la assisteva. Non perché il dolore sparisse, ma perché sapeva di non essere sola. Diceva: «Quando lo ricevo, il cielo è già qui». Questo è il senso profondo della Comunione di oggi: una presenza che rende sopportabile l’attesa.
E allora:
Se è vero che siamo pellegrini, smetti di cercare qui una stabilità assoluta. Non la troverai. E continuerai a restare deluso.
Se è vero che Cristo ha aperto il passaggio attraverso la prova, non vivere le difficoltà come fallimenti. Sono il luogo dove la tua fede può diventare reale.
Se è vero che la gioia promessa non può essere tolta, smetti di inseguire gioie fragili che si spengono subito. Vai alla sorgente.
Concretamente.
Impara a fare un atto di lode anche quando non ne hai voglia. È un atto di fede puro.
Custodisci la tua libertà: taglia ciò che sai che ti riporta nella schiavitù del peccato.
E soprattutto: torna all’Eucaristia con più consapevolezza. Non è un gesto abituale. È l’incontro con il Risorto che ti dice: «Mi rivedrai».
Non è solo una promessa lontana. È una parola che comincia già ora a compiersi: tu non lo vedi con gli occhi, ma lo incontri nella fede, lo ricevi realmente, entri in comunione con Lui. Ogni Comunione è un anticipo di quel giorno in cui lo vedrai faccia a faccia, nella gloria.
E allora comprendiamo anche quel «ancora un poco». È il tempo della nostra vita: il tempo in cui Cristo è presente ma velato, in cui la gioia è reale ma non ancora piena. Non è un tempo vuoto: è un’attesa abitata da una promessa.
Perché qui si decide tutto.
Non chiederti soltanto se credi che Cristo è risorto.
Chiediti piuttosto: sto vivendo come uno che sta per rivederlo?
Le mie scelte, il mio rapporto con il peccato, la mia fedeltà — dicono che attendo davvero qualcuno, oppure che vivo come se tutto finisse qui?
Perché il cristiano è uno che vive orientato a un incontro. E questo “ancora un poco” — che ora sembra lungo — un giorno finirà.
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