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II Domenica dopo Pasqua

«Conosciuto e amato: la gioia del Buon Pastore»

Se davvero Cristo è il Buon Pastore, allora c’è qualcosa che non torna nella nostra vita. Perché continuiamo ad avere paura come se fossimo abbandonati? Perché prendiamo decisioni come se tutto dipendesse solo da noi? Perché, pur dicendo di credere, viviamo spesso con il cuore inquieto, disperso, quasi smarrito?

La liturgia di oggi non ci consola superficialmente: ci mette davanti a questa contraddizione. Ci dice che siamo custoditi… e ci costringe a riconoscere che spesso viviamo come se non lo fossimo.

All’Introito, infatti, la Chiesa non grida: contempla. «Della misericordia del Signore è piena la terra». Non è uno slogan, è uno sguardo. Dopo aver attraversato la Pasqua, la Chiesa risale alla sorgente e scopre che tutto — creazione, redenzione, vita — è immerso in una misericordia concreta, operante, presente. Non un’idea astratta, ma una realtà che ci circonda e ci precede. Come dice sant’Isacco il Siro: «Dio non può non amare, perché l’amore è la sua stessa natura».

E questa misericordia prende subito un volto: quello del Pastore. Non un Dio lontano, ma un Dio che guida, cerca, difende, rialza. La liturgia non lo dimostra: lo fa gustare. È la pace di chi sa di essere custodito.

San Pietro, nell’Epistola, lo dice con una forza quasi tagliente: «Eravate come pecore erranti, ma ora siete tornati al pastore e custode delle vostre anime». E aggiunge qualcosa di decisivo: questo ritorno passa attraverso la Croce. «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio». Il Pastore non salva da lontano: salva entrando nella ferita, prendendo su di sé il peso, caricandosi della nostra erranza.

Un episodio poco noto della vita di san Camillo de Lellis lo mostra bene. All’inizio della sua conversione, mentre serviva i malati, si trovò davanti a un uomo violento e ingrato, che lo insultava continuamente. Un giorno, esasperato, stava per reagire. Poi si fermò e disse: “Questo è uno di quelli che il Signore mi ha affidato”. E tornò a servirlo con pazienza. In quel momento aveva capito qualcosa del Pastore: non si ama solo chi è docile, ma chi è affidato.

E subito dopo, la liturgia ci fa cantare i due Alleluia, che non sono decorativi, ma rivelativi.

Nel primo: «I discepoli riconobbero il Signore nella frazione del pane». Non lo riconoscono sulla strada, non nei discorsi, ma nel gesto eucaristico. È lì che gli occhi si aprono. È lì che il Pastore si lascia conoscere. Non attraverso prove straordinarie, ma nella presenza semplice e reale.

Nel secondo Alleluia, è Cristo stesso che parla: «Io sono il Buon Pastore. Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». Qui siamo al cuore del mistero. Questa “conoscenza” non è informazione: è comunione. È la stessa parola che il Vangelo usa per indicare l’intimità tra il Padre e il Figlio. È una conoscenza che è amore.

Sant’Antonio il Grande diceva ai suoi monaci: «Io non temo più Dio, ma lo amo». Non perché fosse diventato meno serio, ma perché era entrato in questa conoscenza: non più solo timore, ma relazione viva.

Il Vangelo porta tutto alla concretezza: «Il buon pastore dà la vita per le pecore». E contrappone subito il mercenario, che fugge. È una parola che ci giudica. Perché ci chiede: tu da che parte stai? Vivi da pastore o da mercenario? Ami finché conviene, o resti anche quando costa?

E allora comprendiamo meglio: la vera prova di essere “conosciuti” da Cristo è diventare capaci di un amore che non fugge.

L’Offertorio ci fa entrare nella risposta dell’anima: «O Dio, mio Dio, fin dall’aurora ti cerco». È una scena bellissima: la pecora che si sveglia e cerca il Pastore. Non per paura, ma per amore. Non per bisogno immediato, ma per desiderio. È la fede che diventa relazione quotidiana.

San Macario d’Egitto insegnava: «Come il corpo senza respiro è morto, così l’anima senza preghiera è morta». E aggiungeva: non basta pregare ogni tanto, bisogna “tornare” continuamente. È questo “all’aurora”: mettere Dio al primo posto, realmente.

Infine, alla Comunione, tutto si compie: «Io sono il Buon Pastore… conosco le mie pecore». Ora non è più solo parola: è presenza. È nell’Eucaristia che questa conoscenza diventa reale, concreta, trasformante. Non siamo solo guidati: siamo uniti.

Un esempio straordinario è quello della beata Alexandrina Maria da Costa. Immobilizzata per anni, viveva quasi esclusivamente dell’Eucaristia. Non aveva una vita attiva, non aveva opere visibili, ma chi la incontrava percepiva una pace e una profondità fuori dal comune. Perché? Perché viveva realmente questa unione: conosciuta e amante, amata e conoscente.

E allora se Cristo è il Pastore, non puoi vivere come se fossi solo. Se ti conosce, non puoi nasconderti dietro una fede superficiale. Se ha dato la vita, non puoi amare a metà.

Perciò occorre essere concreti.

Anzitutto: smetti di vivere da errante. Individua ciò che ti allontana — un peccato, una dispersione, una superficialità — e torna. Non rimandare.

Poi: nutri la tua relazione con il Pastore. Non basta sapere che esiste. Dedica tempo reale alla preghiera, ogni giorno, anche breve ma fedele.

Ancora: impara ad amare senza fuggire. In famiglia, nel lavoro, nelle relazioni difficili: resta. Non come peso, ma come offerta.

Infine: vivi l’Eucaristia come incontro. Preparati, ringrazia, resta. Se Cristo si dona a te, non può lasciarti uguale.

Perché questo è il punto decisivo: non basta sapere che il Pastore esiste. Bisogna lasciarsi trovare, lasciarsi conoscere, lasciarsi amare.

E la domanda finale è semplice, ma decisiva: tu stai vivendo da pecora custodita… o continui a vagare come se nessuno ti stesse cercando?

©️ - Amicitia Liturgica

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