IV Domenica dopo Pentecoste
Gettare le reti sulla parola di Cristo
In certe montagne l’acqua scompare. La si vede correre tra le pietre, poi improvvisamente sparisce in una fessura della roccia. Sembra perduta. Ma nel buio della terra continua il suo cammino: scava, attraversa grotte nascoste, raccoglie forza, finché un giorno riemerge più a valle come sorgente limpida e viva. Chi guarda solo il punto in cui l’acqua scompare pensa a una fine; chi conosce il mistero della montagna sa che lì comincia un percorso invisibile.
Così accade anche nella vita dell’uomo. Ci sono notti in cui sembra che tutto il nostro lavoro finisca sottoterra: si fatica, si calcola, si tenta tutto… e al mattino restano solo reti vuote. È una delle esperienze più umilianti della vita: aver dato molto e non vedere nulla. Ma il Vangelo di oggi non parla soltanto di una barca sul lago di Genesaret. Parla della Chiesa, della nostra anima, della Provvidenza di Dio. Parla di quel momento in cui Cristo entra nella nostra fatica sterile e mostra che ciò che a noi sembrava perduto può diventare, nella sua mano, inizio di fecondità: “Ora getta le reti”.
L’Introito apre con una certezza quasi audace: Dóminus illuminátio mea, et salus mea: quem timébo? Dóminus defénsor vitæ meæ: a quo trepidábo? — Il Signore è la mia luce e la mia salvezza, chi temerò? Il Signore è il difensore della mia vita, di chi avrò paura? Non è il linguaggio di chi non ha nemici. È il linguaggio di chi li vede, ma vede più ancora Dio. La liturgia oggi ci insegna la fiducia nella Provvidenza: non una fiducia sentimentale, ma una certezza virile. La Chiesa canta mentre combatte. Davide davanti a Golia non era più forte del gigante; era però più certo di Dio. E questa certezza basta a cambiare la storia. Anche quando l’acqua sparisce nella roccia, Dio conosce il suo corso; anche quando la nostra vita sembra entrare nel buio, Egli vede già la sorgente.
San Paolo, nell’Epistola, ci impedisce di fraintendere questa fiducia. La Provvidenza non significa assenza di prova. Significa che la prova non ha l’ultima parola. Non sunt condígnæ passiónes hujus témporis ad futúram glóriam, quæ revelábitur in nobis — Le sofferenze del tempo presente non sono proporzionate alla gloria futura che dovrà manifestarsi in noi. Qui il cristianesimo è tagliente: non nega il dolore, non lo abbellisce, non lo chiama bene. Dice però che Dio lo prende dentro un disegno più grande. Sant’Ireneo ha espresso questa verità con una formula celebre: Gloria Dei vivens homo; vita autem hominis visio Dei: la gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio. La Provvidenza conduce proprio lì: non semplicemente a stare meglio, ma a entrare nella gloria. Ciò che ora passa sottoterra, ciò che ora non vediamo, può essere già orientato verso una luce che ancora non appare.
Il Graduale abbassa il tono e lo rende più umile: Propítius esto, Dómine, peccátis nostris… Ádjuva nos, Deus salutáris noster… líbera nos — Sii propizio, Signore, ai nostri peccati… Aiutaci, Dio nostra salvezza… liberaci. Dopo l’audacia dell’Introito, la Chiesa riconosce che la sua forza non viene dalla propria innocenza. Ha bisogno di misericordia. È un passaggio essenziale: non ci si abbandona alla Provvidenza da superbi, ma da poveri. Chi si sa peccatore non pretende di guidare Dio; chiede di essere guidato. Come l’acqua nascosta non traccia da sé il proprio cammino, ma segue le vie segrete aperte nella roccia, così l’anima cristiana non si salva dirigendo tutto da sé, ma lasciandosi condurre.
Il primo grande inganno spirituale è pensare che la Provvidenza debba semplicemente confermare i nostri progetti. In realtà, spesso essa li purifica, li spezza, li conduce dove non avremmo scelto. San Francesco di Sales, nei lunghi anni della missione nel Chablais, con pochissimi frutti visibili all’inizio, non forzò le anime con durezza, convinto che, diceva lui, «si attirano più mosche con un cucchiaino di miele che con un barile di aceto». Continuò a predicare, scrivere, visitare, pazientare. La tradizione salesiana riassume il suo metodo in una convinzione semplice: la carità apre più porte della violenza. Non vide subito le reti piene; ma continuò a gettarle dove Dio gli indicava.
L’Alleluia ci fa guardare Dio sul suo trono: Deus, qui sedes super thronum et júdicas æquitátem: esto refúgium páuperum in tribulatióne — Dio che siedi sul tuo trono e giudichi secondo equità, sii il rifugio dei poveri nella tribolazione. Dio non è travolto dagli eventi. Noi vediamo frammenti; Lui vede l’ordine. Noi vediamo notti di pesca inutile; Lui vede il punto esatto in cui la rete deve essere gettata. Per questo la preghiera cristiana non è il tentativo di convincere Dio a entrare nei nostri piani, ma il gesto con cui chiediamo di entrare noi nei suoi. Il povero nella tribolazione è proprio colui che non vede ancora la sorgente, ma continua a credere che il cammino nascosto non sia abbandonato.
Il Vangelo lo mostra con una forza stupenda. Pietro e gli altri hanno faticato tutta la notte e non hanno preso nulla. Cristo non discute la loro esperienza, ma comanda una nuova obbedienza: Duc in altum et laxáte rétia vestra in captúram — Prendi il largo e gettate le reti. Pietro potrebbe rispondere da esperto: non è il momento, non è il luogo, abbiamo già provato. Invece dice la frase decisiva: In verbo autem tuo laxábo rete — Sulla tua parola getterò le reti. La fecondità nasce qui: non dalla competenza, non dallo sforzo, non dall’entusiasmo, ma dall’obbedienza alla parola di Cristo. Là dove Pietro vede soltanto una notte perduta, Cristo vede il punto in cui la sorgente deve riemergere.
San Pietro Claver visse qualcosa di simile su un altro mare, quello dolorosissimo degli schiavi deportati a Cartagena. Si firmò “schiavo degli Africani per sempre” e per decenni servì, catechizzò, curò, battezzò migliaia di uomini trattati come merce. Non aveva davanti una situazione umanamente “promettente”. Aveva davanti miseria, piaghe, ingiustizia, disperazione. Eppure gettò la rete lì, perché lì Cristo lo mandava. La pesca apostolica non nasce dove l’uomo vede possibilità, ma dove Cristo dà missione.
L’Offertorio diventa allora la preghiera di chi sa il proprio pericolo: Illúmina óculos meos, ne umquam obdórmiam in morte: nequándo dicat inimícus meus: Præválui advérsus eum — Illumina i miei occhi, perché non mi addormenti nella morte; perché il mio nemico non dica: ho prevalso su di lui. La Provvidenza non dispensa dalla vigilanza. Pietro, che oggi obbedisce e vede il miracolo, un giorno dormirà nell’orto e poi cadrà nel rinnegamento. L’uomo che non veglia si addormenta proprio quando dovrebbe combattere. Abba Antonio insegnava che nessuno deve sentirsi sicuro prima dell’ultimo respiro: la battaglia spirituale accompagna tutta la vita. Per questo chiediamo occhi illuminati: per riconoscere il nemico, per non confondere la stanchezza con la pace, la prudenza con la paura, la rassegnazione con l’abbandono. Abbiamo bisogno di occhi che non si fermino alla fessura della roccia, al punto in cui tutto sembra scomparire, ma sappiano attendere il corso nascosto di Dio.
Infine la Comunione ci restituisce la fiducia dell’inizio: Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus: Deus meus adjútor meus — Il Signore è il mio firmamento, il mio rifugio, il mio liberatore, il mio Dio, il mio aiuto. Dopo aver ascoltato, supplicato, obbedito, l’anima riceve Cristo e comprende che la Provvidenza non è un’idea. È una presenza. Nell’Eucaristia il Signore non ci spiega da lontano il senso delle prove: entra in noi come forza, rifugio, liberazione. Non ci promette che non ci saranno tempeste; ci dona se stesso perché la barca non affondi. È qui che l’acqua nascosta della vita cristiana ritrova la sua sorgente: Cristo ricevuto, Cristo presente, Cristo che sostiene dall’interno ciò che dall’esterno sembrava perduto.
Allora, se vuoi vivere sotto la Provvidenza, smetti di pretendere che Dio benedica ogni tuo piano già deciso. Prima ascolta. Poi obbedisci. Non dire: “Ci ho già provato”. Pietro aveva già provato tutta la notte. La differenza non fu una tecnica nuova, ma la parola di Cristo. Se una scelta, una correzione, una rinuncia, una conversione ti è chiesta con chiarezza dal Vangelo, non rimandare.
Secondo: non misurare la fedeltà dai risultati immediati. Ci sono notti di reti vuote che preparano una pesca miracolosa. Ci sono acque che scompaiono solo perché stanno camminando verso la sorgente. La sterilità apparente non autorizza l’infedeltà.
Terzo: chiedi occhi illuminati. Ogni giorno. Per vedere dove stai cedendo, dove ti stai addormentando, dove il nemico sta preparando il suo “ho prevalso”.
Infine: getta le reti dove Cristo ti manda. Nella tua famiglia, nel lavoro, nella preghiera, nella responsabilità che ti pesa, nella persona difficile che vorresti evitare. La Provvidenza non guida soltanto il mondo in generale: guida oggi la tua barca.
È fallimentare pretendere di avere tutto sotto controllo. È, invece, sicuramente più proficuo lasciare che Cristo salga sulla barca, ascoltare la sua parola, e avere il coraggio di gettare le reti proprio dove Lui indica. Non fermarti al punto in cui l’acqua scompare. Non giudicare la Provvidenza dal tratto buio del cammino. Dio sa dove passa ciò che tu non vedi, e può far riemergere come sorgente viva proprio ciò che oggi ti sembra perduto.
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