IV Domenica di Quaresima
La fame del cuore e il pane di Dio
Se il mondo avesse ragione, oggi dovremmo parlare di pane.
La Chiesa invece ci costringe a parlare di fame.
Non della fame del corpo soltanto, che pure è reale, dura, umiliante. Ma di quella più profonda, più ostinata, più difficile da confessare: la fame di senso, di appartenenza, di pace, di perdono, di casa. E la liturgia di questa domenica osa dirci che questa fame non si placa con un miglioramento, con una tregua, con un po’ di consolazione umana. Si placa soltanto entrando nella Gerusalemme nuova, la Chiesa, e lasciandosi nutrire da Cristo.
Questa è la domenica di metà Quaresima, la Laetare, la sosta luminosa in mezzo al combattimento. La Chiesa allenta per un momento l’austerità, non perché la battaglia sia finita, ma perché non dimentichiamo dove stiamo andando. Il suo invito è netto: «Rallegrati, Gerusalemme… esultate e siate saziati alle sorgenti della vostra consolazione». È un comando quasi sorprendente. Come può ordinare la gioia a uomini ancora in cammino, ancora in penitenza, ancora sotto il peso della fatica? Perché la gioia cristiana non nasce dall’assenza della croce, ma dalla certezza della meta.
La liturgia stessa ce ne dà la chiave. All’ufficio notturno appare Mosè: il liberatore, il mediatore dell’alleanza, colui che ottiene la manna e guida il popolo verso la Terra promessa. Ma alla Messa la figura cede il posto alla realtà: non più la Gerusalemme terrestre, ma la Gerusalemme celeste; non più la manna del deserto, ma il pane moltiplicato da Cristo; non più un patto scritto nella pietra, ma l’Alleanza nuova sigillata nel sangue del Signore. Tutto converge qui: Dio non vuole semplicemente aiutarci a sopravvivere; vuole farci entrare in casa.
Il Graduale lo dice con una dolcezza quasi domestica: «Mi sono rallegrato per ciò che mi è stato detto: nella casa del Signore noi andremo». Non “forse”, non “se riusciremo”, ma: andremo. È il linguaggio dei figli, non degli estranei. E san Paolo, nell’Epistola, insiste proprio su questo: non siamo figli della schiava, ma della libera; non siamo nati per restare fuori, ma per ricevere eredità. La Quaresima non è dunque il tempo di una religione servile, triste, compressa; è il tempo in cui la Chiesa educa in noi il desiderio della casa del Padre.
Per questo l’Introito unisce due sentimenti che sembrano opposti: la memoria della tristezza e il comando della gioia. «Gioite con letizia, voi che foste nella tristezza». La Chiesa non banalizza il dolore, non finge che l’esilio non esista. Lo assume, lo ricorda, ma lo attraversa con una promessa. È la stessa pedagogia di Dio con i santi.
Penso a santa Francesca Romana, che attraversò lutti, guerre, rovine familiari, e tuttavia divenne per Roma una presenza di pace, di ordine, di misericordia. Non negò mai la sofferenza; la abitò con uno sguardo rivolto a Dio, e proprio per questo seppe essere rifugio per altri. La gioia cristiana non è euforia: è fedeltà luminosa sotto il peso del reale.
Oppure a san Giovanni di Dio. Prima della conversione fu un uomo disordinato, irrequieto, quasi disperso. Ma quando la grazia lo afferrò, comprese che non bastava “fare il bene”: bisognava diventare una casa per i poveri, un luogo di ristoro, un riflesso della città di Dio in mezzo alle miserie umane. Tutta la sua opera nacque da questa intuizione profondamente evangelica: l’uomo non ha bisogno solo di pane, ma di essere accolto. E Cristo fa entrambe le cose.
Il Vangelo infatti ci presenta la moltiplicazione dei pani. Ma se lo leggiamo superficialmente, rischiamo di ridurlo a un prodigio di assistenza. Invece è molto di più. È il segno che il Cristo non lascia il suo popolo nel deserto. Il popolo ha fame, sì; ma prima ancora è disperso, stanco, lontano, incapace di provvedere a se stesso. E Gesù non si limita a compatire: prende, benedice, distribuisce, sazia, fa raccogliere ciò che avanza. È un gesto regale, sacerdotale, eucaristico. Qui si annuncia già l’altare. Qui si annuncia già il sacramento. Qui si annuncia già la sovrabbondanza della Chiesa.
Per questo l’Offertorio canta: «Lodate il Signore perché egli è buono… tutto ciò che ha voluto lo ha fatto nel cielo e sulla terra». La bontà di Dio non è un sentimento astratto: prende forma, pesa, si spezza, si dà. Il miracolo della moltiplicazione prepara quello più alto, quotidiano e silenzioso, che si compie nelle mani del sacerdote. Il pane e il vino stanno per diventare nutrimento e bevanda spirituale per l’assemblea. La Chiesa sa bene che la vera abbondanza promessa alla Gerusalemme nuova non è quella dei granai, ma quella della comunione.
E allora la Comunione osa una delle immagini più tenere di tutta la liturgia quaresimale: «Gerusalemme, città compatta e ben ordinata… là sono salite le tribù». Non è soltanto una città bella; è una città unita. E questo è forse il miracolo più difficile. Uomini diversi, storie diverse, provenienze diverse, peccati diversi: una sola città, una sola lode, una sola mensa. La carità fa ciò che nessuna organizzazione umana potrà mai fare davvero: salda le anime alla pietra fondamentale che è Cristo e le salda tra loro.
Santa Caterina da Siena, nelle sue lettere e nel Dialogo, torna continuamente su questo punto: la Chiesa è il luogo dove si riceve il Sangue di Cristo e dove l’anima impara a vivere non per se stessa, ma nel vincolo della carità. Per questo soffriva tanto per le divisioni, per le tiepidezze, per le infedeltà dei cristiani: non erano semplici disordini morali, ma ferite inflitte alla città di Dio.
E qui la parola deve diventare molto concreta. La Quarta Domenica di Quaresima non è fatta per commuoverci soltanto. È fatta per correggerci.
Se Cristo moltiplica il pane, è perché noi smettiamo di cercare altrove ciò che solo lui può dare. Se la Chiesa ci invita a rallegrarci, è perché forse noi cerchiamo la gioia dove c’è soltanto distrazione. Se ci viene mostrata Gerusalemme, è perché forse viviamo ancora come mendicanti spirituali pur essendo chiamati alla casa del Padre.
Occorre allora prendere almeno tre decisioni nette.
La prima: smettere di nutrirsi di ciò che non sazia. Una lettura, un’abitudine, una compagnia, un uso disordinato del tempo che lascia il cuore più vuoto di prima: va riconosciuto e tagliato.
La seconda: tornare alla casa. Non solo “andare a Messa”, ma andarvi da figli; non come spettatori stanchi, ma come mendicanti certi di essere nutriti. Questa settimana, almeno una visita al Santissimo fatta bene, in silenzio, senza fretta.
La terza: diventare anche noi un poco Gerusalemme per qualcuno. Portare pace dove c’è nervosismo, ordine dove c’è confusione, pane dove c’è bisogno, parola buona dove c’è amarezza. La città di Dio cresce anche così.
La Chiesa oggi ci interrompe nel deserto per ricordarci questo: non siamo in marcia verso una dottrina, ma verso una dimora; non verso un ideale, ma verso una mensa; non verso un miglioramento morale soltanto, ma verso una comunione.
La Quaresima continua, la croce non è scomparsa, la fame si fa sentire. Ma già si vede la casa. Già si intravede la città. Già il pane viene spezzato.
E chi ha capito questo, può ricominciare il cammino con più coraggio: non perché la strada sia breve, ma perché sa finalmente dove andare.
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