Seconda Domenica di Avvento
«Popolo di Sion, ecco che il Signore viene… e farà udire la gloria della sua voce nella gioia dei cuori».
L’Avvento non è anzitutto un tempo di attesa psicologica, ma un tempo di ascolto. Il profeta Isaia annuncia una liberazione storica — il ritorno dall’esilio — ma la Chiesa, riprendendo queste parole, ci dice che la vera venuta è più profonda: è il Signore stesso che entra nel cuore e fa risuonare la sua voce nell’intimo.
Non una voce che schiaccia. Una voce che salva.
Il Graduale amplia lo sguardo: «Da Sion, lo splendore della sua bellezza: Dio viene manifestamente». Non è soltanto il Bambino di Betlemme; è il Cristo glorioso che viene a radunare i suoi santi, «coloro che hanno stretto con lui un’alleanza nel sacrificio». L’Avvento tiene insieme le due venute: quella nella carne e quella nella gloria. E in mezzo, la venuta quotidiana nella grazia.
La liturgia ci conduce così a una domanda molto concreta: siamo tra coloro che hanno stretto con Lui un’alleanza nel sacrificio?
San Francesco d’Assisi, nella notte di Greccio del 1223, volle rievocare la nascita del Signore con il presepe. Ma non fu un gesto sentimentale. Tommaso da Celano racconta che, durante la Messa, Francesco pianse e pronunciò il nome di Gesù come fosse miele sulle labbra. Il presepe non era teatro: era contemplazione del mistero di un Dio che viene umile per legarsi all’uomo. Francesco aveva capito che l’Avvento non è decorazione, ma conversione dello sguardo.
Anche l’Alleluia ci fa dire: «Mi sono rallegrato quando mi hanno detto: andremo nella casa del Signore». È la gioia del pellegrino. La gioia di chi sa che la meta è certa. Santa Teresa di Gesù Bambino, entrando in monastero a quindici anni, scriveva che non cercava consolazioni, ma la volontà di Dio. E quando la prova dell’aridità spirituale la avvolse negli ultimi mesi della sua vita, non smise di ripetere: «Io non muoio, entro nella vita». Questa è la gioia dell’Avvento: non un’emozione superficiale, ma la certezza che il Signore viene e che la sua casa è il nostro destino.
L’Offertorio ci mette sulle labbra una supplica fiduciosa: «O Dio, volgendoti verso di noi, ci darai la vita». È il linguaggio dell’Eucaristia. Un tempo erano i fedeli stessi a portare il pane e il vino; oggi il gesto rimane, ma la sostanza è la stessa: offriamo ciò che siamo perché il Signore lo trasformi. Sant’Ignazio di Antiochia, andando incontro al martirio, scriveva ai Romani: «Sono frumento di Cristo; sarò macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro». Ecco l’alleanza nel sacrificio di cui parla il Salmo: non un’idea, ma una vita offerta.
Infine, la Comunione: «Gerusalemme, alzati e guarda la gioia che ti viene dal tuo Dio». È un invito a sollevare gli occhi. Spesso l’Avvento ci trova curvi sulle preoccupazioni, come se la storia fosse solo peso. Ma la Chiesa ci dice: alzati. Guarda. La gioia viene verso di te.
San Carlo Borromeo, durante la peste di Milano del 1576, percorreva le strade scalzo, portando il Santissimo Sacramento. Non negava la gravità della situazione; ma voleva che il popolo vedesse che la gioia di Dio non abbandona la città ferita. Anche nei tempi oscuri, Cristo viene.
Allora l’esortazione è semplice e severa insieme.
Primo: ascoltare. La voce del Signore risuona nella Scrittura, nella liturgia, nella coscienza. Ma occorre silenzio. Senza silenzio non c’è Avvento.
Secondo: stringere l’alleanza nel sacrificio. Non basta attendere; bisogna offrirsi. Ogni rinuncia accettata per amore, ogni perdono dato, ogni fedeltà perseverante è un modo concreto di dire: «Radunate i suoi santi».
Terzo: alzarsi. Non restare nella tristezza sterile. La gioia cristiana non ignora la croce; la attraversa. È la gioia di chi sa che il Signore viene — e non viene invano.
«E farà udire la gloria della sua voce nella gioia dei cuori».
Che questa voce trovi in noi non solo orecchi attenti, ma un cuore disposto. Perché il Signore viene. E viene per restare.
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