Prima Domenica di Avvento
Ad te levavi animam meam
L’Avvento si apre con un gesto essenziale: “A te, Signore, elevo l’anima mia”.
Non è anzitutto una parola sul tempo che viene, ma un movimento dell’anima che sale. Prima ancora di attendere qualcosa da Dio, la Chiesa si rivolge a Lui, si orienta, si consegna. È questo il senso profondo dell’Introito: non l’ansia dell’attesa, ma la fiducia.
Il Salmo non nasconde la prova: ci sono nemici, c’è derisione, c’è la tentazione di sentirsi confusi. Ma la Chiesa osa dire: “Dio mio, in te confido: non sarò confuso”. Non perché già veda la salvezza, ma perché l’ha ricevuta in promessa. L’Avvento comincia così: non con la certezza del possesso, ma con la fermezza della speranza. E proprio perché non sa né il giorno né l’ora, la Chiesa chiede: “Mostrami le tue vie, fammi conoscere i tuoi sentieri”. Non chiede di conoscere il futuro, ma di rimanere sulla via giusta.
Il Graduale riprende questa parola e la fissa: “Quelli che sperano in te non saranno confusi”. È la risposta del popolo all’annuncio apostolico: la salvezza è vicina. L’attesa non è vana. Ma subito la speranza si fa preghiera concreta: “Fammi conoscere le tue vie”. È la domanda di chi non vuole soltanto credere, ma camminare; di chi sa che il Signore viene, ma sa anche che può passare accanto a noi senza essere riconosciuto.
Nell’Alleluia, la preghiera si fa ancora più precisa: “Mostraci la tua misericordia e donaci il Salvatore”. Non si tratta di una misericordia astratta, ma di una presenza: il Salvatore stesso. La Chiesa non chiede semplicemente un aiuto, chiede una venuta. E già, in questa domanda, si sente la gioia pacata di chi è certo che la risposta verrà. L’Avvento non è attesa timorosa, ma desiderio fiducioso.
Con l’Offertorio, il tono cambia. Il Vangelo ha appena parlato degli eventi ultimi, del turbamento dei tempi. La fiducia resta, ma è attraversata da un fremito. “A te, Signore” torna a risuonare, questa volta con una gravità nuova. L’anima si rifugia in Dio, non per fuggire, ma per rimanere salda. Qui l’attesa non è più solo dolce; è vigilante. È la speranza che resiste quando il mondo trema.
Infine, la Communio apre lo sguardo al compimento: “Quando il Signore darà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto”. Il bene che Dio dona è Lui stesso. Il frutto della terra è l’umanità del Cristo, data al mondo, data a ciascuno di noi. L’Avvento non guarda solo al passato dell’Incarnazione, né soltanto al futuro della gloria: lo vive già nel presente sacramentale. Colui che viene alla fine dei tempi è lo stesso che ora si dona.
Così, la Prima Domenica di Avvento ci insegna l’atteggiamento giusto: alzare l’anima, camminare nella speranza, domandare la via, attendere senza timore. Non sappiamo quando il Signore verrà, ma sappiamo come attenderlo: nella fiducia, nella preghiera, nella fedeltà.
E chi spera in Lui — la Chiesa lo canta con fermezza — non sarà confuso.
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