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Santo Natale - Messa del giorno
Un bambino è nato per noi:
il Re che salva nel silenzio

Oggi la liturgia ci fa entrare nel cuore del Natale con una parola semplice e travolgente: «Un bambino è nato per noi e il Figlio ci è stato dato». Non è solo un annuncio poetico; è una proclamazione di fede. In poche righe, la Chiesa ci consegna tutto il mistero: Dio entra nella storia, si fa vicino, si fa raggiungibile.

Il testo dell’Introito ci mostra subito un primo punto decisivo: in Gesù convivono due verità inseparabili. Da una parte Puer: il bambino, fragile, reale, posto in una mangiatoia. Dall’altra Filius: il Figlio, il Verbo eterno. Questo è il miracolo di oggi: l’Altissimo si lascia tenere in braccio, l’Eterno entra nel tempo, il Creatore assume la nostra carne. E non lo fa per curiosità o per spettacolo, ma “per noi”: perché la nostra vita non resti chiusa nel limite, nella paura, nel peccato.

Poi l’Introito aggiunge: «il suo scettro è sulla sua spalla». E qui la liturgia ci educa a non fermarci alla tenerezza del presepe. Il bambino è davvero luce e pace, ma porta già su di sé il segno del suo regno: la Croce. Lo “scettro” del Re non è il dominio, è il dono; non è l’imposizione, è l’amore che si consegna. Il Natale ci dice che Dio regna così: si abbassa, serve, salva. E questo rovescia i criteri del mondo.

C’è ancora un terzo annuncio: sarà chiamato «Angelo del Grande Consiglio». Cioè: Gesù è colui che rende visibile il disegno eterno di Dio, il progetto di misericordia che riassume e salva ogni cosa. Il Natale non è un episodio isolato: è l’inizio di una storia che tende alla pienezza, quando la salvezza sarà proclamata in ogni luogo. Oggi vediamo il germoglio; la liturgia già contempla il frutto: Cristo glorioso, Signore della storia, luce che non tramonta.

Il Graduale canta allora: «Hanno visto, tutti i confini della terra, la salvezza del nostro Dio». È una frase che sembra troppo grande per la scena di Betlemme, eppure è vera: ciò che oggi appare piccolo è in realtà universale. Un bambino in una stalla, e tuttavia il Salvatore è per tutti. Il mistero è questo: la salvezza comincia nel nascondimento, ma è destinata a raggiungere i confini della terra.

La Comunione riprende la stessa proclamazione nel momento più alto: è nell’Eucaristia che la salvezza è “vista”, ricevuta e portata nel mondo. Il Natale non è soltanto da contemplare, ma da accogliere. Cristo non nasce solo allora a Betlemme: vuole nascere oggi in noi, attraverso la grazia, la fede, il Pane di vita. Se lo riceviamo, il suo regno prende forma concreta nella nostra esistenza.

L’Alleluia invita infine: «Venite, o nazioni, e adorate il Signore… oggi discende una grande luce sulla terra». Questa luce non è un sentimento passeggero, ma Cristo stesso, Parola del Padre, che illumina le tenebre. Non solo quelle del mondo, ma anche quelle interiori: paure, chiusure, ferite, peccati. Il Natale è la festa della luce perché Dio entra nelle nostre notti per farci camminare.

La Messa del giorno ci chiede allora due atteggiamenti semplici e decisivi: adorare e accogliere. Adorare, riconoscendo che il centro non siamo noi, ma il Bambino-Re. Accogliere, lasciandogli spazio reale nelle scelte, nelle relazioni, nel modo di vivere.

Anche il canto liturgico educa a questo: non è ornamento, ma voce della Chiesa che rende il cuore disponibile. Cantare con fede è già credere, perché la liturgia non racconta soltanto il Natale, lo rende presente.

Oggi Dio si consegna nella piccolezza e dice: “Sono qui, per te”. Accoglierlo significa lasciarsi salvare dal suo amore umile e forte. E portare questa luce là dove viviamo, perché davvero, attraverso Cristo, tutti i confini della terra vedano la salvezza di Dio.

©️ - Amicitia Liturgica

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