I Domenica di Quaresima
“Sono con lui nella tribolazione” — La grazia nascosta nella prova
All’inizio della Quaresima la Chiesa ci mette sulle labbra una parola sorprendente: non è l’uomo che promette a Dio, è Dio che promette all’uomo. «Egli mi invocherà e io lo esaudirò; lo strapperò e lo glorificherò». Prima ancora che inizi il combattimento nel deserto, prima ancora che Cristo affronti il tentatore, il Padre parla. È come se dicesse: “Io ci sono. Io ti tengo. Io ti porto”.
E questo cambia tutto. Perché la tentazione più pericolosa non è cadere: è sentirsi soli. È pensare che Dio sia distante, che la prova sia solo un fallimento, che il deserto sia abbandono. Invece il Vangelo ci mostra Cristo condotto dallo Spirito nel deserto. Non ci entra per caso, non per imprudenza, ma per obbedienza. Entra per prendere su di sé la nostra lotta: la fame che diventa impazienza, il desiderio di affermarsi che diventa orgoglio, la scorciatoia che diventa compromesso. E mentre combatte, non fa nulla di straordinario agli occhi del mondo: resta fedele, resta figlio, resta nella Parola.
La Quaresima allora non è anzitutto tristezza o austerità: è verità. È il tempo in cui smettiamo di raccontarci che possiamo farcela da soli. L’Introito ci fa ascoltare la promessa del Padre proprio mentre il Figlio sta per essere tentato. Non dice: “Ti eviterò ogni prova”, ma: “Ti strapperò dalla prova, sarò con te nella tribolazione”. La salvezza non è l’assenza della lotta; è la presenza di Dio nella lotta.
Subito dopo, la Chiesa canta: «Ai suoi angeli egli ha dato ordine per te, affinché ti custodiscano in tutte le tue vie». È una parola delicatissima e fortissima insieme. Non siamo lasciati a noi stessi. Dio dispone attorno a noi una custodia reale. Eppure, nel Vangelo, proprio questo salmo viene citato dal tentatore, che lo usa per spingere Gesù alla presunzione: “Gettati giù…”. È un avvertimento per noi. Le promesse di Dio non sono un pretesto per sfidarlo, ma un sostegno per obbedirgli. Gli angeli non sono l’alibi per rischiare tutto con leggerezza; sono la misericordia che ci accompagna mentre restiamo fedeli.
La tradizione della Chiesa è piena di uomini e donne che hanno sperimentato questa lotta. San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, raccontava le molestie del demonio nella sua canonica: rumori, colpi, notti disturbate. Chiamava il demonio “il grappin”, l’arpione, perché cercava di agganciarlo e scoraggiarlo. E diceva con serenità: “Quando fa più rumore, vuol dire che stiamo strappando anime”. Non negava la prova, ma la viveva sotto lo sguardo di Dio. Non si sentiva solo.
Il grande Tratto di oggi è un dialogo: un’anima dice “io abito sotto l’Altissimo”, la Chiesa risponde descrivendo la protezione di Dio, e infine il Signore stesso conferma: “Mi invocherà, io lo esaudirò; sono con lui nella tribolazione”. Colpisce quel verbo: abitare. Non si tratta di chi chiede aiuto di passaggio, ma di chi dimora. La Quaresima non funziona se resta un progetto o un elenco di buoni propositi. Funziona se diventa dimora: un tempo stabile di preghiera, di Parola, di silenzio, in cui il cuore sceglie di restare sotto Dio.
Quando smettiamo di dimorare, allora ogni tentazione diventa sproporzionata. Quando invece restiamo, anche la prova più dura non è definitiva. San Francesco, assalito da una forte tentazione, raccontano i Fioretti, uscì nella notte gelida e si gettò nella neve per raffreddare il fuoco disordinato del cuore. È un gesto radicale, ma dice una cosa semplice: la tentazione non si vince discutendo con essa, ma scegliendo di nuovo Cristo, anche a costo di un sacrificio.
E la liturgia ci conduce ancora più avanti. All’Offertorio e alla Comunione si ripete: «Sotto le sue ali ti coprirà, e sotto le sue penne potrai sperare; con uno scudo ti circonderà la sua fedeltà». Quello che era promessa diventa nutrimento. Non siamo solo custoditi: siamo nutriti. La protezione di Dio prende forma concreta nell’Eucaristia. È qui che il deserto si trasforma in luogo di intimità, che la lotta diventa feconda, che la prova diventa grazia.
La Quaresima è davvero un tempo di prova, ma nelle prove Dio pone una grazia. Per trarne profitto occorre fare come Cristo: non aver paura, non cedere alla scorciatoia, non dialogare con il tentatore, ma restare nella Parola e nella fiducia filiale. Dopo la lotta verrà la gioia di Pasqua; e la Pasqua è pegno della gioia eterna.
Quando nei prossimi giorni vi sembrerà di essere nel deserto, ricordate questa parola: «Sono con lui nella tribolazione». Non è uno slogan, è una promessa. Non è ottimismo, è fede. E chi dimora sotto l’Altissimo, anche nella prova, non è mai solo.
©️ - Amicitia Liturgica

