II Domenica dopo l'Epifania
Riempite le giare
I Padri della Chiesa ci insegnano che le opere di Cristo non sono mai semplici fatti del passato, ma misteri che continuano a parlare nella liturgia. Nulla, nel Vangelo, è raccontato solo per essere ricordato: tutto è narrato perché venga compreso nella fede e vissuto nella Chiesa.
Le domeniche dopo l’Epifania sviluppano proprio questa pedagogia divina. Dopo la manifestazione del Signore ai Magi, la Chiesa contempla le epifanie progressive di Cristo, segni nei quali egli si rivela come Verbo inviato dal Padre per guarire, trasformare e salvare.
Sant’Agostino osserva che i miracoli di Gesù sono verba visibilia: parole rese visibili, capaci di istruire l’anima prima ancora di colpire i sensi.
Il segno di Cana, che oggi illumina l’intera liturgia, appartiene a questa logica. Sotto l’apparenza di un gesto domestico, i Padri hanno sempre riconosciuto l’annuncio dell’Eucaristia, la trasformazione operata dal Verbo nella storia e nel cuore dell’uomo.
Con questa intelligenza della fede, entriamo ora nei testi che la Chiesa pone sulle nostre labbra, a cominciare dall'Introito in cui la Chiesa allarga subito l’orizzonte: «Tutta la terra ti adori, o Dio». Non è un invito per “qualcuno”, ma per tutti. L’Epifania continua: Cristo non è un segreto riservato a pochi devoti; è il Signore che vuole essere riconosciuto e adorato da ogni popolo. E noi, ogni domenica, decidiamo da che parte stare: con la terra che adora, o con la terra che passa oltre.
Il Graduale spiega come questa adorazione diventi concreta: «Il Signore ha inviato la sua Parola e li ha guariti». La “Parola” non è solo un messaggio: è il Verbo, è Cristo stesso. E la guarigione di cui parla la liturgia non è anzitutto un ritocco morale: è un’opera più profonda, che tocca le ferite dell’uomo, i cuori spezzati, le schiavitù interiori, la stanchezza di chi ha smesso di sperare. Se Cristo si manifesta a Cana, lo fa per dire: Io sono venuto a risanare; e dove arrivo io, la morte non ha l’ultima parola.
Poi l’Alleluia mette in coro cielo e terra: «Lodate Dio, voi tutti i suoi Angeli… tutte le sue Potenze». Come a dire: non ridurre la fede a un fatto privato. Quando la Chiesa canta, la sua lode è già un frammento della liturgia eterna. È un’anticipazione: la nostra preghiera, povera e talvolta distratta, è chiamata a diventare corale, “cattolica”, cioè universale.
Ed ecco l’Offertorio: «Venite, ascoltate, e narrerò… quanto il Signore ha fatto per l’anima mia». Qui si capisce il punto: la fede non è un’idea da difendere, è una vita da raccontare. Non con vanità, ma con gratitudine. Quanta gente aspetta, magari senza dirlo, di incontrare qualcuno che possa dire con semplicità: “Il Signore mi ha fatto del bene. Mi ha rialzato. Mi ha cambiato”. A volte basta un aneddoto vero, una piccola storia di misericordia, per riaccendere un cuore.
La Comunione, poi, ci porta nel cuore del Vangelo: le giare riempite d’acqua, l’acqua diventata vino, e quella frase: «Hai conservato il vino buono fino ad ora». È il segno di Cana: Cristo non aggiusta soltanto la festa; trasforma la sostanza. E la liturgia non ci lascia fermare al miracolo esterno: ci porta al miracolo più grande, quello che accade sull’altare. Se a Cana l’acqua diventa vino, nella Messa il pane e il vino diventano Corpo e Sangue di Cristo. E qui è la domanda decisiva: e noi? Ci lasciamo trasformare? O restiamo “acqua”: corretti, ma insipidi; religiosi, ma senza ardore; presenti, ma non convertiti?
Cana è un appello molto pratico. Le giare vanno riempite: significa che Cristo chiede la nostra collaborazione. Riempire le giare è fare la propria parte: una preghiera fedele, un dovere compiuto bene, una confessione fatta con verità, una rinuncia nascosta, un atto di carità che costa. Non sono gesti spettacolari: sono “acqua”. Ma se quell’acqua è consegnata a Cristo, lui la trasforma in “vino”: in gioia vera, in pace, in libertà interiore.
Qui aiutano i santi. Don Bosco, educatore di anime, aveva capito che la grazia non rende cupi: rende luminosi. Amava ripetere che la santità passa anche dall’allegria e proponeva ai ragazzi un programma semplice: allegria, studio, pietà. Non superficialità, ma cuore libero: la gioia di chi è riconciliato con Dio, la gioia di chi non vive doppio, la gioia di chi si dona senza calcoli. È un’ottima verifica per noi: in casa, sul lavoro, nelle relazioni, che cosa portiamo? Ansia e lamento, oppure quella serenità che nasce dalla fiducia?
Allora, questa domenica chiediamo una grazia molto concreta: che il Signore faccia anche in noi il suo segno. Che prenda l’“acqua” delle nostre povertà e la muti nel “vino buono” di una vita cristiana più vera. E facciamo un proposito: riempire le giare oggi stesso, con un atto preciso (una riconciliazione cercata, un tempo di preghiera non rimandato, un servizio fatto in silenzio). Il resto lo farà lui.
Perché Cristo, a Cana e sull’altare, continua a dire alla sua Chiesa: “Portate”. E chi si fida, scopre davvero che il Signore ha conservato il vino buono “fino ad ora”.
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