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Terza Domenica di Avvento

Il Signore è vicino: rallegratevi

La liturgia di questa Terza Domenica di Avvento consegna una parola semplice e insieme vertiginosa: «Il Signore è vicino». Tutto nasce da qui. Non è un semplice annuncio cronologico, non è soltanto la memoria di un Natale che si avvicina: è la proclamazione di una Presenza. Dio è vicino. E poiché è vicino, la Chiesa osa dire: Rallegratevi… non angustiatevi… affidate tutto nella preghiera.

San Paolo non costruisce un discorso morale; indica una sorgente. La gioia cristiana non nasce dallo sforzo, ma dalla prossimità di Cristo. Sant’Ambrogio osserva che «non può essere triste colui nel quale abita Cristo» (In Lucam, X): la tristezza persiste quando si vive come se si fosse soli; si scioglie quando si riconosce che il Signore cammina accanto a noi.

L’Introito gregoriano lo canta con finezza mirabile. La melodia non esplode in clamore: è una gioia contenuta, come un fiume sotterraneo che cresce lentamente fino a farsi voce ardente nel nihil solliciti sitis — “non angustiatevi di nulla”. È la pedagogia della Chiesa: prima conduce alla gioia, poi insegna la fiducia, infine introduce nella preghiera. È un cammino dell’anima.

Il Graduale muta subito prospettiva: «Tu che siedi sopra i Cherubini, risveglia la tua potenza e vieni». Colui che è vicino è anche l’Altissimo. Il Dio che abita tra i Cherubini è lo stesso che si lascia invocare come Pastore. Qui sta il cuore dell’Avvento: l’infinito che si fa prossimo, il Re della gloria che accetta di essere chiamato dalle sue pecore.

Sant’Agostino lo esprime con stupore: «Colui che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi» (Sermo 169). Per questo la Chiesa osa gridare: Vieni! È la preghiera dei poveri, dei feriti, di chi attende. È la preghiera di ogni cuore che ha compreso di non bastare a se stesso.

Un piccolo episodio della vita di san Filippo Neri racconta che, vedendo un giovane scoraggiato, gli disse sorridendo: “Figlio mio, sii allegro: il Signore è più vicino a te di quanto tu sia a te stesso”. È una lezione di Avvento: non combattere le proprie fatiche da soli; portarle davanti a Dio.

L’Alleluia riprende lo stesso grido: «Risveglia, Signore, la tua potenza e vieni a salvarci», ma lo fa con una melodia pacata, quasi confidente. Non è l’urlo della disperazione; è la supplica di chi già ama e già spera. Qui si comprende che la preghiera autentica non è agitazione, ma abbandono.

L’Offertorio fa compiere un passo ulteriore: «Hai benedetto la tua terra… hai rimesso l’iniquità del tuo popolo». Non si è più soltanto nell’attesa: si è già dentro l’opera della Redenzione. La terra benedetta non è soltanto Israele; è l’umanità intera, è ciascuno di noi. E il frutto di questa terra è Cristo stesso, con tutte le membra del suo Corpo mistico.

Nel momento in cui il pane e il vino vengono offerti, la Chiesa ricorda che anche noi siamo portati sull’altare. La nostra storia, le ferite, le speranze: tutto è consegnato perché venga trasformato. Santa Teresa di Gesù Bambino diceva: “Io sono un piccolo nulla, ma posso essere gettata nel fuoco dell’amore”. È questo che accade nell’Offertorio.

Alla Comunione risuona la parola del profeta: «O pusillanimi, fatevi coraggio… ecco, il nostro Dio viene». Non è un rimprovero; è una carezza. La melodia stessa lo dice: non c’è durezza, ma una tenerezza che solleva. È la voce della Madre Chiesa che si china su chi è stanco di aspettare.

Avvento significa proprio questo: lasciarsi consolare da Dio. Non indurire il cuore. Non trattenere le paure. Portare tutto davanti a Lui. E poi vivere di conseguenza.

Concretamente:
– custodire momenti quotidiani di silenzio e di preghiera;
– esercitare una mitezza visibile, che renda credibile il Vangelo;
– offrire al Signore ciò che pesa, invece di portarlo da soli.

Il Signore è vicino. Non come un’idea, ma come Persona viva. Sta per venire nella carne, viene ogni giorno nella grazia, verrà nella gloria.

Accoglierlo con gioia umile, con fiducia semplice, con un cuore aperto.

©️ - Amicitia Liturgica

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