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III Domenica dopo l'Epifania
«Adorate Dio, tutti suoi Angeli»

La liturgia di questa domenica ci conduce a un vertice della rivelazione dell’Epifania: non più soltanto il Bambino adorato dai Magi, non più soltanto il Cristo che si manifesta nei segni della sua potenza, ma il Re universale, davanti al quale si piegano tutte le creature, visibili e invisibili.

«Adorate Dio, tutti i suoi Angeli». È un comando, non una descrizione. La Scrittura non ci racconta semplicemente ciò che avviene in cielo: ci introduce in ciò che deve avvenire, e che in realtà avviene già, perché Cristo regna.

Il Salmo dipinge una scena grandiosa: la nube, il fuoco, i fulmini, i monti che si dissolvono come cera. È il linguaggio teofanico dei profeti, lo stesso che accompagna la manifestazione di Dio sul Sinai. Ma, improvvisamente, in mezzo a questa maestà tremenda, risuona una parola sola: adorate. La potenza di Dio non schiaccia: chiama all’adorazione.

I Padri della Chiesa hanno visto in questo comando rivolto agli Angeli il segno della regalità di Cristo. Sant’Agostino osserva che Dio non ha bisogno dell’adorazione delle creature; siamo noi ad averne bisogno, perché l’adorazione rimette ogni cosa al suo posto. Quando l’uomo non adora Dio, finisce sempre per adorare altro: il potere, il successo, se stesso.

Ed è significativo che il Salmo dica: «Sion ha udito e si è rallegrata». La gioia nasce dall’aver udito. Prima ancora di vedere, Sion ascolta. È un tema profondamente evangelico. Anche a Nazaret, come ricorda la Comunione di oggi, «tutti erano pieni di ammirazione per le parole che uscivano dalla bocca di Dio». La fede nasce dall’ascolto; e l’adorazione è l’ascolto portato alla sua pienezza.

Un antico aneddoto monastico racconta che un giovane novizio chiese a san Benedetto perché i monaci passassero tante ore in coro, apparentemente senza “fare nulla”. Il santo rispose: «Quando Dio regna, l’opera più grande è stare davanti a Lui». È una lezione che il nostro tempo fatica ad accettare: l’adorazione non è inattività, è riconoscimento della verità.

Ma il Salmo va oltre. Le genti temeranno il tuo Nome, e tutti i re della terra la tua gloria. Non è il timore servile della paura, ma il timore filiale di chi riconosce una maestà che lo supera. San Gregorio Magno spiega che il Nome di Dio è temuto quando non è più strumentalizzato. Quando Dio non è più ridotto a sostegno dei nostri progetti, ma diventa il criterio che li giudica.

E qui la liturgia ci interpella direttamente. Anche noi, come la Chiesa dei Salmi, viviamo tra due tempi: il già e il non ancora. Cristo regna già, ma il suo regno deve ancora manifestarsi pienamente. Per questo la Chiesa canta con gioia e con desiderio. Gioia per ciò che è già compiuto; desiderio per ciò che deve ancora rivelarsi.

L’Offertorio lo dice con parole fortissime: «Non morirò, ma vivrò e racconterò le opere del Signore». È il canto di Cristo, ma diventa il canto della Chiesa. È il canto di chi, anche passando attraverso la prova, sa che la morte non ha l’ultima parola. Pensiamo a san Francesco d’Assisi che, quasi cieco e consumato dalla malattia, compone il Cantico delle creature: non perché non soffrisse, ma perché aveva compreso che la lode è più forte della sofferenza.

E infine la Comunione ci riporta a Nazaret. Non ai prodigi spettacolari, ma allo stupore silenzioso davanti alla parola che esce dalla bocca di Dio. È un avvertimento salutare: possiamo partecipare a molti riti, ascoltare molte parole, ma senza stupore non c’è vera fede. Sant’Ambrogio diceva che l’anima perde Dio non quando smette di cercarlo, ma quando smette di meravigliarsi.

E allora l’esortazione è semplice e radicale. In un mondo che rumoreggia, impariamo di nuovo ad adorare. In una vita piena di parole, impariamo di nuovo ad ascoltare. In una fede spesso ridotta a consuetudine, chiediamo la grazia dello stupore.

Perché là dove Cristo è adorato come Re, anche l’uomo ritrova la sua vera libertà.

©️ - Amicitia Liturgica

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