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III Domenica di Quaresima

Occhi al Signore, non al laccio

In mezzo alle tante guerre che attanagliano il mondo c’è una guerra invisibile che attraversa ogni vita umana. Non la vediamo, ma ne sentiamo continuamente le conseguenze.

La liturgia di oggi ci costringe a guardarla in faccia.

La Terza Domenica di Quaresima ha una franchezza quasi brutale: ci rimette davanti al nemico. Non per spaventarci, ma per disingannarci. La liturgia non ama le semplificazioni. Ci dice che c’è una lotta, che il male non è un’idea vaga, che il peccato non nasce dal nulla, che dietro molte oscurità dell’uomo lavora un’intelligenza ostile. E insieme ci dice, con uguale forza, che Cristo è il più forte.

L’itinerario comincia già dalle lezioni del Mattutino con la storia di Giuseppe. Poiché era l’erede della promessa, fu circondato dall’invidia, dalla menzogna, dalla violenza. Il demonio, quando non può impedire il disegno di Dio, cerca sempre di corrompere o distruggere coloro attraverso cui quel disegno deve passare. Così fu per Giuseppe. Così fu, in modo infinitamente più alto, per Cristo: perseguitato fin dall’infanzia, tentato nel deserto, contraddetto dai farisei, accusato di agire per mezzo di Beelzebùl. E così continua a essere per la Chiesa e per ogni anima che voglia prendere sul serio la grazia.

Per questo l’Introito è così giusto, così umano, così vero: «I miei occhi sono sempre rivolti al Signore, perché egli stesso libererà i miei piedi dal laccio… Volgiti verso di me e abbi pietà di me, perché sono solo e povero». Qui ci sono i due movimenti fondamentali della vita spirituale. Primo: tenere gli occhi su Dio. Secondo: non vergognarsi di dirgli la propria miseria. La Quaresima non ci chiede di apparire forti; ci chiede di diventare veri.

C’è una differenza immensa tra chi lotta fissando il nemico e chi lotta fissando il Signore. Il primo finisce presto o tardi nella paura, nell’ossessione o nell’orgoglio. Il secondo, anche se trema, rimane in pace. L’Introito non dice: “Io spezzerò il laccio”. Dice: «Egli stesso libererà i miei piedi dal laccio». È tutta un’altra spiritualità. Non l’illusione di salvarsi da sé, ma l’umiltà di lasciarsi salvare.

Un giorno un discepolo di san Francesco di Paola gli chiese come resistere alle tentazioni improvvise. Il santo rispose con una frase semplice: «Quando il cuore si riempie di Dio, il demonio non trova spazio dove sedersi».

Non si trattava di una frase poetica. Francesco viveva in un’ascesi durissima e nella preghiera continua. Aveva imparato che la vera difesa non consiste nel discutere con la tentazione, ma nel tenere l’anima occupata da Dio.

Anche il Graduale va nella stessa direzione: «Alzati, Signore: non prevalga l’uomo». Qui “l’uomo” non è l’umanità in generale, ma l’uomo vecchio, la natura ferita che vuole riprendersi il dominio. La Chiesa non domanda semplicemente che il demonio sia sconfitto; domanda che la grazia non sia soffocata in noi. E questo è molto concreto. La vittoria del male non consiste anzitutto in fenomeni straordinari: consiste nel farci diventare tiepidi, impuri, doppi, indifferenti, accomodanti.

San Paolo, nell’Epistola, lo dice con la sua severità limpida: bisogna allontanarsi dalle opere delle tenebre e camminare come figli della luce. Non basta non fare il male apertamente; bisogna smettere di trattare col male. Molte anime non cadono di colpo: si lasciano lentamente trattare dal nemico. Un compromesso, poi un’abitudine, poi una giustificazione, poi il buio.

Un fatto molto concreto della vita di san Filippo Neri lo mostra bene. Un giovane gli confessò di essere tormentato da tentazioni continue. Filippo lo guardò e gli disse con semplicità: «Figlio mio, il demonio entra dove trova la porta socchiusa».

E poi gli diede tre consigli: confessione frequente, preghiera breve ma quotidiana, e fuga immediata dalle occasioni di peccato. Non teorie spirituali: disciplina dell’anima.

Il Tratto ci insegna allora l’atteggiamento giusto: «Verso di te ho alzato i miei occhi… così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio finché abbia pietà di noi». È l’immagine del servo che guarda la mano del padrone, della serva che guarda la mano della padrona: non con servilismo, ma con attenzione, dipendenza, vigilanza. Cioè: non si vive di riflessi, ma di ascolto. L’anima che vuole vincere il combattimento non deve moltiplicare strategie complicate; deve imparare a guardare, aspettare, obbedire.

E qui il Vangelo diventa decisivo. Nostro Signore scaccia il demonio, e subito viene accusato. Il male, quando è smascherato, reagisce sempre accusando il bene. Cristo però non entra nel gioco della confusione. Mostra che un regno diviso va in rovina e conclude con una parola severissima: non basta essere liberati una volta; bisogna essere abitati da Dio. Altrimenti lo spirito immondo ritorna e trova la casa spazzata, ma vuota.

È questo il punto più parenetico di oggi. Molti vogliono liberazione, pochi vogliono signoria. Molti chiedono pace, pochi accettano che Cristo regni davvero. Ma il Vangelo non dice: “Beati quelli che provano qualcosa”. Dice: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono». Perciò l’Offertorio canta: «I precetti del Signore sono retti, rallegrano il cuore… perciò anche il tuo servo li custodirà». La vera difesa contro il demonio non è il gusto del sensazionale; è la fedeltà concreta alla Parola di Dio.

Si racconta che san Carlo Borromeo, durante le visite pastorali più faticose, portasse sempre con sé il Vangelo. Quando il viaggio si fermava anche per pochi minuti, lo apriva e leggeva qualche versetto. Diceva che la Parola di Dio è «il pane che impedisce all’anima di indebolirsi».

E la Comunione porta questo alla sua pienezza: «Il passero trova una casa per sé e la tortora un nido… i tuoi altari, Signore». La lotta non termina nel vuoto. Finisce nella casa, nell’altare, nella dimora. Non siamo difesi per restare semplicemente vivi; siamo difesi per abitare in Dio. L’Eucaristia è questo nido. Non un rifugio sentimentale, ma il luogo reale dove Cristo ci unisce a sé e ci sottrae al potere del nemico.

La stazione di oggi è a San Lorenzo fuori le mura. Lorenzo, diacono e martire del 258, fu uno dei grandi testimoni della Chiesa romana antica; la sua memoria rimase così viva che sulla sua tomba sorsero presto importanti edifici di culto. La tradizione del supplizio sulla graticola è antica e venerabile, anche se i dettagli tardivi non sono tutti storicamente verificabili. Rimane però certa la sua testimonianza di martire, e basta questo per ricordarci che il demonio può accanirsi contro i servi di Dio, ma non può impedire che la loro fedeltà diventi feconda per la Chiesa.

Occorre allora uscire da questa Messa con consegne molto semplici e molto impegnative.

Primo: tagliare ciò che apre il varco. Una lettura, una compagnia, un’abitudine digitale, una complicità col peccato: va nominata e recisa. Non trattata. Recisa.

Secondo: fissare ogni giorno un tempo breve ma reale di Vangelo. Non un pensiero generico su Dio, ma la sua parola ascoltata e custodita.

Terzo: confessarsi bene, senza difendersi. Il demonio ama due cose opposte e uguali: la disperazione e la superficialità. La confessione sincera spezza entrambe.

Quarto: fare comunioni più vigilanti. Non soltanto “ricevere”, ma chiedere davvero che la casa non resti vuota.

Quinto: quando la prova si fa più intensa, non guardare il laccio. Guardare il Signore.

Perché questa domenica non ci lascia con la paura del nemico, ma con una certezza: il male è reale, ma non è sovrano. Il laccio esiste, ma c’è una mano che libera. Il demonio insidia, ma Cristo custodisce. E chi tiene gli occhi sul Signore, anche se è povero, anche se è solo, anche se trema, non sarà lasciato in potere del nemico.

©️ - Amicitia Liturgica

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