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Ascensione del Signore

Cristo non ci ha lasciati, ci ha aperto il cielo

C’è un momento nel Vangelo che, umanamente parlando, sembra quasi incomprensibile: gli Apostoli vedono Cristo allontanarsi da loro… e tornano a Gerusalemme pieni di gioia. Non di nostalgia, non di smarrimento, ma di gioia. Come è possibile gioire mentre il Signore scompare ai loro occhi? È qui la chiave per entrare nel mistero dell’Ascensione.

Noi spesso immaginiamo l’Ascensione come una partenza, un addio. La liturgia invece ce la presenta come un compimento. Cristo non si allontana dal mondo perché lo abbandona, ma perché lo conduce finalmente al Padre. Non sale per separarsi da noi, ma per trascinarci con sé.

L’Introito si apre con la domanda degli angeli che quasi interrompono gli Apostoli: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Come se dicessero: non fermatevi all’immagine visibile del Cristo che scompare; comprendete piuttosto dove sta andando e che cosa questo significa per voi. «Come l’avete visto salire al cielo, così verrà». La liturgia dell’Ascensione non ci lascia immobili nella nostalgia: ci orienta verso il ritorno glorioso del Cristo e verso il nostro destino eterno.

Sant’Agostino diceva: «Oggi nostro Signore Gesù Cristo è salito al cielo; salga con lui anche il nostro cuore». È la chirurgia spirituale che la Chiesa vuole fare con al Liturgia di oggi: strappare il cuore del cristiano dalla prigionia delle cose basse.

 

L’Epistola degli Atti mostra gli Apostoli ancora legati a una speranza troppo terrena: «È questo il tempo in cui ricostituirai il regno d’Israele?». Gesù risponde elevando il loro sguardo. Non promette un trionfo politico, ma il dono dello Spirito Santo e una missione universale: «Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra». L’Ascensione segna così il passaggio da una fede ancora troppo materiale a una fede ormai completamente orientata al cielo.

Il primo Alleluia ci fa cantare: «Dio ascende tra le acclamazioni». Non sono le acclamazioni udite sul monte degli Ulivi. Là c’erano pochi discepoli, il silenzio, quasi l’intimità di un arrivederci. Queste acclamazioni sono quelle del cielo. San Giovanni Crisostomo immagina gli angeli che si interrogano l’un l’altro vedendo entrare nel santuario eterno l’umanità glorificata del Cristo: per la prima volta una carne umana siede alla destra del Padre. È questo il vero scandalo dell’Ascensione: la nostra natura è entrata nella gloria di Dio.

Il secondo Alleluia parla della «prigionia prigioniera» (captívam duxit captivitátem) che Cristo conduce con sé. È un’espressione meravigliosa. Eravamo schiavi del peccato; Cristo ci ha liberati. Ma, liberandoci, ci ha resi prigionieri del suo amore. I santi hanno vissuto esattamente così.

San Giuseppe Benedetto Cottolengo, negli ultimi anni della sua vita, parlava spesso del Paradiso come di una patria vicina. Chi lo incontrava rimaneva colpito dal fatto che le realtà eterne fossero per lui più concrete delle cose visibili. Un giorno, guardando i suoi sacerdoti troppo preoccupati di questioni pratiche, disse semplicemente: «Pensate al Paradiso: là dobbiamo andare». Il suo cuore e la sua mente erano ormai "prigionieri del cielo". L’Ascensione insegna proprio questo: la vita presente non è la dimora definitiva.

Nel Vangelo Cristo invia i suoi discepoli: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo». L’Ascensione non autorizza una spiritualità passiva, fatta di sguardi rivolti al cielo e mani inattive. Chi contempla davvero il Cristo asceso diventa missionario. Perché comprende che il tempo è breve, che le anime sono eterne e che il mondo passa.

E l’Offertorio riprende ancora il primo Alleluia: «Ascende Dio tra le acclamazioni». Ma questa volta il tono cambia: la gioia si fa più intensa e quasi ardente. È la Chiesa che già contempla il trionfo finale del Cristo e del suo Corpo mistico. Tutta la liturgia dell’Ascensione vive di questa tensione: Cristo è già glorificato, ma il suo Corpo deve ancora seguirlo pienamente.

San Leone Magno diceva una cosa molto preziosa: «L’Ascensione di Cristo è la nostra elevazione». Non solo Cristo è glorificato; in Lui è già glorificata anche la nostra speranza. Se Lui è entrato nel cielo con la sua umanità, allora il cielo non è più chiuso.

La Comunione, che ci prepara ad accostarci alla divina mensa, porta tutto nell’intimità più profonda: «Cantate al Signore che si eleva sopra i cieli dal lato dell’Oriente». L’immagine dell’Oriente è bellissima. Cristo sale come sole che non tramonta. E proprio mentre sembra allontanarsi, nell’Eucaristia si fa più vicino che mai. È il paradosso cristiano: il Cristo invisibile diventa interiormente presente.

Santa Elisabetta della Trinità scriveva: «Ho trovato il mio cielo sulla terra». E spiegava: il cielo è Dio che abita nell’anima in grazia. È esattamente ciò che l’Ascensione prepara. Cristo sottrae la sua presenza visibile per insegnarci una presenza più profonda.

Concretamente.

Smetti di vivere come se questa terra fosse definitiva. Un cristiano che vive solo per il lavoro, il denaro, il successo, il benessere o le preoccupazioni quotidiane ha dimenticato l’Ascensione. San Giovanni Climaco diceva: «Chi ha gustato le cose del cielo disprezza facilmente quelle della terra». Non perché odia il mondo, ma perché ne conosce il limite.

Alza il livello della tua vita interiore. Troppi cristiani vivono senza desiderio del Paradiso. Pregano poco, pensano poco all’eternità, si confessano raramente, comunicano senza fame di Dio. Ma il Cristo asceso non ci chiede una religione tiepida: ci chiede un cuore orientato verso l’alto.

Non vivere da spettatore. Gli Apostoli vengono richiamati mentre guardano il cielo. Anche noi rischiamo una fede fatta solo di emozioni religiose, di belle parole, di nostalgia spirituale. Cristo invece dice: «Andate». C’è qualcuno da evangelizzare, da aiutare, da correggere, da riportare a Dio. L’Ascensione apre la missione della Chiesa.

Infine, custodisci il desiderio del ritorno del Signore. La liturgia insiste: «Così verrà». Il cristiano autentico non teme la venuta di Cristo; la attende. Tutta la vita cambia quando si vive sapendo che il Signore ritornerà per portarci con Lui.

L’Ascensione non è Cristo che si allontana dall’uomo. È Cristo che trascina l’uomo verso il suo vero destino.

©️ - Amicitia Liturgica

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