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V Domenica dopo Pasqua

La luce del Risorto sulle nostre catene

Ci sono vite che sembrano religiose, eppure restano ferme. Persone che ascoltano il Vangelo da anni, che conoscono le parole di Cristo, che pregano anche… ma senza lasciarsi veramente cambiare. È esattamente il punto duro dell’Epistola di oggi. San Giacomo non usa mezzi termini: «Siate esecutori della parola e non soltanto ascoltatori». Perché si può ascoltare il Vangelo e continuare a vivere da uomini vecchi. Si può stare vicino alle cose sante senza permettere a Dio di convertire davvero il cuore.

E la liturgia di oggi entra proprio qui, dentro questo rischio. L’Introito non ci presenta una fede chiusa, privata, intimista. La Chiesa grida: «Annunciate con voce di gioia… fino agli estremi confini della terra». La Risurrezione non è una notizia da custodire in silenzio come un ricordo personale. È qualcosa che deve attraversare il mondo. Il Signore ha liberato il suo popolo. Non “libererà”, ma ha liberato. La Pasqua ha già spezzato qualcosa: il dominio del peccato, della morte, della disperazione.

Ma proprio qui nasce la domanda: se Cristo ci ha davvero liberati, perché così spesso torniamo volontariamente nelle nostre Babilonie? Perché continuiamo ad abitare certi peccati, certe tiepidezze, certe doppiezze, come se fossero inevitabili?

I Padri del deserto dicevano che l’uomo passa la vita a costruirsi piccole prigioni e poi si lamenta di non essere libero. E sant’Agostino, guardando alla propria conversione, confessava che temeva di perdere le sue catene più di quanto desiderasse la libertà di Dio. È terribile ma vero: ci abituiamo alle nostre schiavitù.

Per questo l’Alleluia canta: «Cristo è risorto e ha illuminato noi che ha redento con il suo sangue». Non dice soltanto che ci ha salvati. Dice che ci ha illuminati. Perché il primo effetto della Risurrezione è una luce nuova sull’esistenza. Ci sono persone che vedono tutto — lavoro, sofferenza, morte, relazioni, tempo — con occhi puramente terreni. E allora tutto diventa pesante, confuso, fragile. Il Cristo risorto invece illumina. Fa vedere ciò che conta davvero.

San Filippo Neri, ormai anziano, aveva un’abitudine curiosa: quando riceveva visite troppo mondane o discorsi troppo superficiali, prendeva in mano un teschio e lo guardava in silenzio. Non per gusto macabro, ma per ricordare che tutto passa e che solo Dio resta. Era un uomo pieno di gioia, ma la sua gioia nasceva dalla luce della Pasqua, non dalla distrazione.

E subito il secondo Alleluia ci porta ancora più in alto: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre». Qui la liturgia cambia tono. Tutto diventa più contemplativo, quasi sospeso. Cristo parla già come uno che sta guardando l’Ascensione vicina. Ma queste parole non riguardano soltanto Lui. Riguardano anche noi.

Venire da Dio e tornare a Dio: ecco tutta la vita cristiana.

Il problema è che noi viviamo spesso come se il mondo fosse la nostra patria definitiva. Ci affanniamo, ci irritiamo, ci consumiamo per cose che tra pochi anni saranno polvere. San Giovanni Crisostomo diceva che il cristiano dovrebbe attraversare il mondo “come un viandante attraversa una locanda”: usando le cose necessarie, ma senza dimenticare la casa verso cui cammina.

Per questo il Vangelo insiste così tanto sulla preghiera: «Chiedete e riceverete, perché la vostra gioia sia piena». Non è un invito generico a pregare un po’ di più. Cristo sta dicendo qualcosa di enorme: dopo la Pasqua, l’accesso al Padre è aperto. La sua umanità gloriosa ci introduce dentro la confidenza filiale. La preghiera cristiana non è uno sforzo per convincere Dio ad amarci; è entrare nell’amore con cui il Padre già ci ama nel Figlio.

Santa Teresa d’Avila raccontava che, nei momenti di aridità, le bastava rientrare davanti al tabernacolo e dire semplicemente: «Signore, sono qui». E aggiungeva che molte anime non crescono perché non si fermano mai abbastanza a stare realmente con Cristo.

L’Offertorio allora assume una forza straordinaria: «Egli ha posto la mia anima nella vita e non ha permesso che vacillassero i miei piedi». È la voce del Cristo risorto, ma anche della Chiesa e dell’anima fedele. Quante volte Dio ci ha custoditi senza che nemmeno ce ne rendessimo conto. Quante cadute avremmo fatto, quante rovine interiori, se la sua misericordia non ci avesse sostenuti nel silenzio.

E infine la Comunione ci riporta all’essenziale: «Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunciate giorno dopo giorno la sua salvezza». Giorno dopo giorno. Non soltanto nei grandi momenti spirituali. Non solo a Pasqua. La fedeltà cristiana si misura soprattutto nella continuità.

Ed è qui che la parola di san Giacomo torna con tutta la sua forza: non ascoltatori soltanto, ma uomini trasformati.

Perciò concretamente:

Anzitutto: smetti di trattare il Vangelo come qualcosa da ammirare senza obbedire. Se c’è una verità che sai già essere volontà di Dio e continui a rimandare, il problema non è che non hai capito: è che non vuoi cambiare davvero.

Poi: purifica la tua preghiera. Molti pregano soltanto quando hanno paura o bisogno. Cristo invece oggi ci invita a entrare in una relazione filiale stabile, quotidiana, viva. Trova ogni giorno un tempo reale di silenzio davanti a Dio, anche breve, ma vero.

Ancora: esci dalla tiepidezza spirituale. Non vivere di slanci occasionali. La vita cristiana cresce nella fedeltà concreta: confessione regolare, Eucaristia vissuta bene, custodia della lingua, carità nascosta, perseveranza quando nessuno vede.

Infine: ricorda da dove vieni e dove stai andando. «Sono uscito dal Padre e vado al Padre». Se perdi questo, tutto il resto diventa disordine. Se invece lo custodisci, anche le prove acquistano peso eterno.

Perché il cristiano non è uno che semplicemente sopravvive nel mondo. È uno che sta tornando al Padre.

©️ - Amicitia Liturgica

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