Domenica di Sessagesima
La Parola custodita nella prova
Il Mattutino di questa Domenica ci riporta alla storia di Noè. Il mondo si è corrotto, la violenza ha saturato la terra, e Dio permette che tutto venga sommerso. È una pagina dura, che non ammette illusioni: quando l’uomo si chiude ostinatamente alla Parola, la creazione stessa sembra ribellarsi. E tuttavia, non tutto perisce. Un uomo giusto rimane; un’arca viene costruita nella fede; un sacrificio è offerto dopo la tempesta.
Noè non salva il mondo con la forza, né con la persuasione, ma custodendo la Parola ricevuta e obbedendovi giorno dopo giorno, mentre tutto intorno sembra smentirla. L’arca cresce lentamente, sotto gli scherni, nel silenzio, nella perseveranza. È già una lezione per la Chiesa.
Noè è figura; Cristo è la realtà. In Lui Dio non salva più soltanto una famiglia, ma rigenera l’umanità intera. L’arca diventa la Croce, il sacrificio diventa quello della Cena e del Calvario, e la terra da ripopolare non è più un continente devastato, ma il cuore dell’uomo, chiamato a diventare dimora di Dio. Tuttavia, questa nuova creazione non avviene senza lotta. Non nasce in un clima favorevole, ma nella contraddizione.
San Paolo lo sa bene. Nell’Epistola lo vediamo stanco, ferito, osteggiato. Non si presenta come un vincitore umano, ma come un seminatore segnato dalle prove. Flagellazioni, naufragi, incomprensioni persino nella comunità cristiana: eppure nulla ha potuto soffocare in lui il seme della Parola. Un antico racconto riferisce che, dopo uno dei suoi viaggi più duri, Paolo avrebbe detto ai discepoli: «La Parola cresce meglio nella terra scavata dalla sofferenza». È un’esperienza che attraversa tutta la tradizione cristiana.
Con questa chiave di lettura si apre l’Introito: «Sorgi, Signore, perché dormi?». È il grido di un’umanità piegata, che non vede più chiaramente l’opera di Dio. Non è ribellione, ma stanchezza. È la preghiera di chi è così oppresso dalla prova da non riuscire più a riconoscere l’aiuto che pure lo sostiene. Così fu per Noè, chiuso nell’arca mentre le acque salivano; così per Cristo nell’agonia; così per Paolo nei momenti di scoraggiamento. La Scrittura non idealizza la fede: essa conosce la notte, e sa che talvolta la preghiera non è altro che un grido breve e insistente.
Il Graduale segna un primo mutamento: «Sappiano le genti che il tuo nome è Dio». Non è più il lamento, ma la proclamazione. La Chiesa afferma che nessuna opposizione può arrestare il disegno di Dio. È il cuore della missione paolina: non difendere se stesso, ma affermare la signoria di Cristo. La fede, qui, non si misura dal successo, ma dalla fedeltà.
Il Tratto approfondisce questa tensione: «Hai scosso la terra e l’hai squarciata». I Padri spiegano che Dio ferisce per guarire. Origene diceva che la Parola entra come una lama, perché solo ciò che è aperto può essere sanato. È la preghiera di Noè durante il Diluvio, di Davide assediato, di Cristo che porta su di sé il disordine del mondo, e della Chiesa che attende dalla Pasqua il ristabilimento dell’ordine.
Con l’Offertorio avviene il passaggio decisivo: «Rendi saldi i miei passi nei tuoi sentieri». L’anima non discute più: si offre. Le prove, che all’inizio erano motivo di lamento, diventano ora materia di sacrificio. San Gregorio Magno insegna che la maturità spirituale inizia quando l’uomo smette di chiedere di essere liberato dalla croce e chiede piuttosto di portarla secondo Dio.
Qui la parabola del Seminatore si rivela in tutta la sua serietà. La Parola porta frutto solo se custodita, difesa, assimilata. Santa Monica, pregando per Agostino, diceva di aver sofferto più per la sua conversione che altre madri per la morte dei figli. Quel seme, bagnato dalle lacrime e custodito nella pazienza, portò frutto abbondante. La liturgia ci ammonisce: non basta ascoltare, occorre perseverare.
Alla Comunione si apre infine la gioia: «Mi accosterò all’altare di Dio, al Dio che allieta la mia giovinezza». Dopo il Diluvio, Noè innalza un altare; dopo le fatiche apostoliche, Paolo è rapito fino alla visione del sacrificio eterno. L’anima, nutrita dal Corpo di Cristo, ritrova la giovinezza interiore che permette di portare la croce senza esserne schiacciati.
La Sessagesima ci lascia così un’esortazione chiara: preparare l’arca mentre il mondo è agitato, custodire la Parola mentre tutto invita a disperderla, accettare di essere lavorati dalla grazia. Ciò che nasce da questa fedeltà non perisce: attraversa le acque, resiste alle tempeste e diventa principio di vita nuova.
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