Domenica di Settuagesima
«Nella tribolazione ho invocato il Signore»
La liturgia della Domenica di Settuagesima ci fa entrare con decisione in un tempo serio, vero, profondamente realistico. Non ci illude: ci mette davanti subito il dramma dell’uomo. L’Introito lo dice con parole forti: “Mi hanno circondato i gemiti di morte… nella mia tribolazione ho invocato il Signore, ed Egli ha ascoltato la mia voce.”
È tutta la nostra storia. Prima la prova, poi il grido, infine l’intervento di Dio.
La Chiesa non comincia questo tempo parlando di sforzi ascetici o di programmi spirituali. Comincia parlando di tribolazione e di preghiera. Come a dire: prima di tutto, riconosci dove sei; poi, impara a gridare verso Dio.
È significativo: non dice semplicemente “ho pregato”, ma “ho invocato”. Invocare è pregare con urgenza, con bisogno, con verità. È la preghiera di chi non ha più appoggi umani.
Un antico padre del deserto raccontava che un giovane monaco gli chiese quale fosse la preghiera più gradita a Dio. L’anziano rispose: «Quella che nasce quando non sai più che fare». È allora che il cuore smette di recitare formule e comincia a parlare davvero.
Quante volte, invece, noi preghiamo solo finché le cose restano sotto controllo. Poi, quando arriva la prova seria, ci agitiamo, ci chiudiamo, ci lamentiamo… e solo alla fine, quasi per stanchezza, torniamo a Dio. La liturgia oggi ci insegna l’ordine giusto: prima Dio.
Il Graduale lo conferma: “C’è un aiuto nella tribolazione… non abbandoni quelli che ti cercano, Signore.” Non dice che il giusto non soffre; dice che non è abbandonato. La differenza è enorme.
Un santo vescovo dell’antichità spiegava così questo mistero: Dio non promette di toglierci la croce, ma di starci sotto insieme a noi. E aggiungeva: la croce portata da soli schiaccia; la croce portata con Cristo salva.
Pensiamo agli atleti di cui parla san Paolo nell’Epistola: si allenano, si privano, accettano fatica e disciplina per una corona che appassisce. E noi? Per una corona eterna, quanto siamo disposti a lottare?
Qui il Vangelo degli operai della vigna ci dà una luce decisiva. Tutti ricevono lo stesso salario, ma non tutti entrano alla stessa ora. Alcuni arrivano al mattino, altri a sera. Questo ci consola: nessuno è escluso. Ma ci ammonisce anche: il tempo è prezioso. Ogni momento è buono per rispondere alla chiamata.
C’è un piccolo aneddoto che rende bene questa verità. Un parroco visitava spesso un uomo anziano, lontano da Dio da tutta la vita. Un giorno, ormai vicino alla morte, quell’uomo gli disse: «Padre, ho sprecato tutto». Il sacerdote rispose: «No. Hai ancora questo momento». Quell’istante diventò per lui l’ingresso nella vigna.
Ma attenzione: questo non è un invito a rimandare. È un invito a non disperare. La misericordia è sempre pronta, ma il cuore deve restare vigilante.
Il Tratto ci mette sulle labbra il salmo delle profondità: “Dalle profondità ho gridato a te, Signore.” Tutti abbiamo delle profondità: ferite, peccati, stanchezze, scoraggiamenti. Il problema non è avere profondità; il problema è restarci dentro senza gridare.
Poi arriva l’Offertorio: “È cosa buona lodare il Signore.” Dopo la supplica, la lode. È l’ordine della vita spirituale: chi ha sperimentato l’aiuto di Dio non può tacere.
E infine, alla Comunione, la preghiera più intima: “Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo.” Non chiediamo prima di tutto che cambi le circostanze, ma che Dio ci guardi. Perché quando Dio posa il suo sguardo su di noi, tutto prende senso.
Un grande santo diceva che il vero inferno non è soffrire, ma soffrire senza sentirsi guardati da Dio. E il vero paradiso comincia quando, anche nella prova, sappiamo di essere sotto il suo sguardo.
Ecco allora l’esortazione concreta di questa domenica.
Primo: non fuggire la tua realtà. Portala davanti a Dio. Nominala nella preghiera. Digli la tua tribolazione.
Secondo: allenati spiritualmente come l’atleta. Piccoli atti di dominio di sé, fedeltà alla preghiera, sobrietà nelle parole, custodia del cuore. Non grandi imprese, ma costanza quotidiana.
Terzo: entra nella vigna oggi. Non domani. Oggi. Con quello che sei, con quello che hai.
Se faremo così, questo tempo di Settuagesima non sarà solo un preludio alla Quaresima, ma l’inizio di una vera conversione: dal lamento alla fiducia, dalla paura alla preghiera, dalla dispersione alla lode.
E allora potremo dire anche noi, con la Chiesa: “Nella mia tribolazione ho invocato il Signore, ed Egli ha ascoltato la mia voce.”
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