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Dalla stella al trono: l’Epifania del Signore

«Ecco che viene il Sovrano Signore».
L’Epifania si apre con un annuncio che non è descrizione, ma proclamazione. La Chiesa non invita a guardare un evento passato, bensì a riconoscere una venuta presente. Cristo entra nella storia come Re, portando con sé il regno, la potenza e il dominio. Non si tratta di un potere umano, ma della signoria di Dio che si manifesta nella carne.

Questa regalità, tuttavia, non si impone con la forza. Essa si rivela. L’Epifania è la festa della manifestazione, non della costrizione. Cristo appare perché sia riconosciuto; viene alla luce perché l’uomo esca dalle sue tenebre. L’Introito già orienta lo sguardo oltre Betlemme: ciò che oggi si manifesta in figura sarà pienamente manifesto alla fine dei tempi, quando il Cristo sarà riconosciuto da tutti come Signore.

Il Graduale mostra come questa regalità si diffonda nella storia: «Tutti da Saba verranno». È l’immagine della chiamata universale. I popoli non sono trascinati, ma attratti. Essi camminano verso la luce, portando ciò che hanno di più prezioso. L’Epifania inaugura questo movimento che non si è ancora compiuto: la marcia delle nazioni verso Cristo. La Chiesa è chiamata a riconoscersi in Gerusalemme: non destinataria passiva della gloria, ma luogo in cui la luce di Cristo risplende perché altri la vedano.

Qui si innesta la prima esortazione: se la luce è sorta su di noi, non può rimanere nascosta. L’Epifania interpella la Chiesa e ciascun credente: siamo davvero trasparenti alla gloria che ci è stata affidata? O la luce di Cristo rimane soffocata da timori, compromessi, mediocrità?

L’Alleluia mette sulle labbra della Chiesa le parole dei Magi: «Abbiamo visto la sua stella». Ma la liturgia non ci lascia fermare al segno. Essa ci conduce oltre: la stella è passata, la luce è presente. Non si tratta più di vedere, ma di seguire. La fede autentica non è contemplazione immobile, ma movimento. Chi ha visto la luce deve mettersi in cammino. E il cammino ha un solo termine: l’adorazione.

Qui l’Epifania diventa esigente. Adorare non significa solo riconoscere, ma piegarsi. Non basta ammirare Cristo; occorre lasciarsi giudicare da Lui. Non basta cercarlo; occorre consegnargli la propria vita. L’adorazione vera implica una conversione reale.

L’Offertorio rende esplicito questo passaggio. I re non si limitano a inginocchiarsi: offrono. L’Epifania non è completa finché il dono non accompagna l’adorazione. Oro, incenso, offerte: tutto converge verso un unico atto, quello del dono di sé. Ora non sono più solo i Magi a offrire, ma la Chiesa intera. Nel pane e nel vino, ciascuno è chiamato a deporre sull’altare la propria vita, le proprie resistenze, le proprie attese.

E qui emerge la seconda esortazione: quale dono portiamo noi a Cristo? Non ciò che avanza, ma ciò che ci costa. Non un gesto simbolico, ma una reale disponibilità a essere trasformati.

La Comunione porta il mistero al suo vertice. «Abbiamo visto… siamo venuti ad adorare». Ma ora l’adorazione riceve una risposta. Il Re che si è manifestato si dona. Colui che ha attirato i popoli entra nel cuore dell’uomo. L’Epifania si compie quando Cristo, riconosciuto come Signore, diventa vita in noi.

Qui la gioia si fa più profonda: non solo la gioia di offrire, ma quella di essere accolti; non solo di dare, ma di ricevere. L’Eucaristia è l’Epifania quotidiana: il Cristo glorioso che si consegna, il Re che si fa nutrimento.

Così la liturgia dell’Epifania traccia un cammino chiaro e impegnativo:
vedere la luce,
camminare verso di essa,
adorare il Re,
offrire la propria vita,
lasciarsi trasformare dalla sua presenza.

Chi celebra davvero l’Epifania non può tornare indietro come prima. Come i Magi, deve prendere un’altra strada: quella di una vita ormai orientata dalla luce che ha riconosciuto come Signore.

E la stella, che all’inizio indicava la strada, ora non è più davanti agli occhi, ma nel cuore di chi, avendo visto la luce, vive per essa e in essa.

©️ - Amicitia Liturgica

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