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Domenica nell’Ottava di Natale
Nel silenzio discende la Parola

La liturgia di questa Domenica nell’Ottava di Natale ci conduce nel cuore silenzioso del mistero. «Mentre il silenzio della mezzanotte avvolgeva ogni cosa… la tua Parola onnipotente, Signore, discese». Non è il fragore, non è la luce accecante, non è la forza apparente a segnare l’ingresso di Dio nel mondo, ma il silenzio. Un silenzio pieno, gravido di presenza, nel quale la Parola eterna scende dall’alto delle dimore regali per entrare nella nostra storia.

La Scrittura, nel libro della Sapienza, parla di una notte di giudizio e di liberazione: l’angelo della parola divina passa, colpisce, salva. La liturgia applica queste parole al Verbo fatto carne. Anche Cristo passa nella notte del mondo. Il suo passaggio non è istantaneo: dura fino alla fine dei tempi. È un passaggio che salva chi ascolta, chi crede, chi si lascia segnare dal suo sangue; ed è, nello stesso tempo, un passaggio che giudica, perché la luce, entrando nel mondo, obbliga ciascuno a prendere posizione.

La Chiesa, cantando questo Introito, non racconta soltanto un evento del passato. Contempla. Si china sul mistero del Natale e riconosce che ciò che è avvenuto allora continua ad avvenire oggi. Il Verbo continua a scendere, continua a passare, continua a bussare nel silenzio delle coscienze. E lo fa con la stessa discrezione, con la stessa umiltà, con la stessa onnipotenza nascosta.

Il Graduale ci apre poi un’altra prospettiva: quella dell’amore. «Sei bello di splendore più di tutti i figli degli uomini». È la voce della Sposa, la voce della Chiesa, che contempla il volto dello Sposo. Dopo aver ascoltato la Parola, dopo aver riconosciuto l’opera dell’Incarnazione e della Redenzione, il cuore trabocca. Non può tacere. Eructavit cor meum verbum bonum: il cuore ha effuso una parola meravigliosa.

Qui la liturgia ci dice qualcosa di decisivo: noi non siamo semplicemente spettatori del mistero di Natale. Noi siamo la Chiesa, la Sposa. Cristo ci ha uniti a sé nell’Incarnazione, ci ha redenti nella sua Pasqua, ci assimila a sé nello Spirito. Il Natale non è solo la nascita di Cristo nel mondo, ma l’inizio di una comunione sponsale che coinvolge ciascuno di noi. Per questo la bellezza di Cristo non è solo oggetto di contemplazione, ma sorgente di risposta. L’amore chiama amore.

L’Alleluia proclama allora il regno: «Il Signore ha regnato; di splendore si è rivestito». Eppure, agli occhi umani, nulla sembra più lontano dalla regalità di un Bambino povero, deposto in una mangiatoia. Ma la liturgia ci educa a vedere oltre l’apparenza. Quel Bambino è il Re universale, colui al quale è stata data ogni potenza in cielo e in terra. La sua forza non è quella che schiaccia, ma quella che salva; non è quella che impone, ma quella che si dona.

L’Offertorio allarga ancora lo sguardo: la creazione stessa diventa omaggio al Bambino-Dio. «Tu, da prima dei secoli, sei». Il mondo, creato per mezzo del Verbo, diventa il trono sul quale Cristo comincia a regnare fin dalla nascita. La terra, fragile e instabile agli occhi umani, è resa salda dalla volontà divina. Nel Natale, la creazione riconosce il suo Re e gli si offre.

Infine, l’Antifona alla Comunione ci riporta a una scena semplice e familiare: Giuseppe che prende il Bambino e sua Madre e ritorna nella terra d’Israele. Il pericolo è passato. «Sono morti quelli che cercavano la vita del Bambino». È una parola di pace, di ritorno, di fiducia. Il mistero continua nel quotidiano, nella vita custodita, nel silenzio obbediente.

Questa Domenica ci insegna a riconoscere il passaggio di Dio nel silenzio, a rispondere con l’amore della Sposa, a proclamare la regalità nascosta di Cristo e a custodire il dono ricevuto. Il Natale non è finito: è appena cominciato. La Parola onnipotente continua a discendere. Sta a noi ascoltarla, accoglierla, lasciarci trasformare da essa.

©️ - Amicitia Liturgica

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