Domenica di Quinquagesima
Fede che vede, carità che salva
La figura che domina questa domenica è Abramo.
Dio lo chiama, lo strappa dalla sua terra, lo conduce per vie che non comprende, lo prova fino al limite dell’umano. Eppure Abramo non discute, non contratta: crede. E questa fede diventa fiducia, e la fiducia diventa carità. È l’uomo che ha imparato a vivere di promessa.
San Paolo, nell’Epistola, descrive la carità con parole che conosciamo bene: «La carità è paziente, è benigna… tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». Se vogliamo vedere questa pagina incarnata, guardiamo Abramo. Egli sopporta l’attesa, sopporta l’esilio, sopporta perfino la richiesta di offrire Isacco. Non perché sia forte di carattere, ma perché si è abbandonato a Dio.
Abramo, come già Adamo e Noè, è figura; Cristo è la realtà.
Nel Vangelo Gesù annuncia la sua Passione. Sale a Gerusalemme sapendo ciò che lo attende. I discepoli non capiscono; il cieco di Gerico, invece, vede più di loro. Non vede con gli occhi, ma con la fede. Grida: «Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!». E quando gli altri lo zittiscono, egli grida più forte.
Qui c’è un primo punto per noi: la fede vera non è muta. Non si vergogna di gridare verso Cristo.
San Agostino racconta che prima della sua conversione sentiva dentro di sé una voce che lo chiamava, ma la rimandava sempre: «Domani… domani». Finché, nel giardino di Milano, sentì quella voce di bambino: Tolle, lege. Aprì la Scrittura e non rimandò più. La fede, quando si decide, cambia la vita. Come Abramo, anche Agostino lasciò la sua “terra”: lasciò le ambizioni, le relazioni disordinate, le sicurezze umane.
Ma questa domenica non parla solo di fede: parla di carità.
«Se non avessi la carità, non sono nulla». Non dice: valgo poco. Dice: non sono nulla.
San Giovanni della Croce, alla fine della vita, perseguitato e frainteso dai suoi stessi confratelli, scriveva: «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore». Non sui successi, non sull’efficienza, non sull’apparenza religiosa. Sull’amore.
E qui la liturgia diventa severa: siamo alla vigilia della Quaresima. Tra poco contempleremo il sacrificio di Cristo. Ma senza carità la Quaresima diventa esercizio sterile. Senza carità, anche le penitenze possono diventare orgoglio.
L’Introito ci fa pregare: «Sii per me un Dio protettore e un luogo di rifugio». Non è il grido angosciato di chi dubita; è la voce di chi già possiede Dio e si abbandona a Lui. È la preghiera di Cristo sulla Croce: «Nelle tue mani consegno il mio spirito». È la preghiera dei santi.
Santa Teresa d’Avila, in mezzo a difficoltà enormi per la riforma del Carmelo, scriveva semplicemente: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi… solo Dio basta». Questo è l’abbandono di Abramo. Questa è la pace dell’Introito.
Il Graduale canta: «Tu sei il Dio che compie meraviglie». Non è solo una lode generica. È la contemplazione della storia della salvezza. Dio ha compiuto meraviglie in Abramo, traendolo dall’idolatria e facendone il padre dei credenti. Ha compiuto meraviglie in Israele, liberandolo con braccio potente. Ha compiuto la meraviglia suprema nella Croce, dove la debolezza è diventata forza e la morte è diventata vita.
E la Chiesa non canta questo come un ricordo del passato, ma come una realtà presente. Perché? Perché anche in noi Dio vuole compiere meraviglie. La vera meraviglia non è il prodigio esteriore, ma la conversione del cuore, il perdono dato, l’orgoglio piegato, l’egoismo trasformato in carità. Quando il Graduale proclama la potenza di Dio manifestata alle genti, ci ricorda che ciascuno di noi è stato raggiunto da quella potenza: siamo stati liberati, fatti popolo, resi partecipi dell’Alleanza. E questa consapevolezza deve accendere in noi riconoscenza e responsabilità.
Il Tratto poi allarga l’orizzonte: «Acclamate il Signore, tutta la terra. Servite il Signore nella gioia». Dopo la contemplazione delle meraviglie di Dio, viene l’invito universale. Non una fede chiusa, non una religione privata, ma una chiamata rivolta a tutti. Servire nella gioia: non come servi timorosi, ma come figli riconciliati.
È un invito che corregge una tentazione sottile: vivere la fede come peso. La liturgia invece dice: gioia. Non superficialità, ma letizia profonda, quella che nasce dalla certezza di appartenere a Dio. Servire nella gioia significa trasformare il dovere in offerta, la fatica in collaborazione, la croce in partecipazione. È lo spirito dei santi: san Francesco d’Assisi che chiama “perfetta letizia” la pazienza nella prova; san Filippo Neri che insegnava che la tristezza non viene da Dio. Il Tratto ci ricorda che la lode è già anticipazione del Cielo.
L’Offertorio riprende il Vangelo: il cieco guarito glorifica Dio. Noi siamo quel cieco. Quante volte non vediamo la volontà di Dio, non vediamo il bene, non vediamo l’altro! Eppure continuiamo a camminare come se vedessimo. La grazia chiede umiltà: riconoscere la propria cecità.
San Filippo Neri pregava ogni mattina: «Signore, tieni la tua mano su Filippo, altrimenti Filippo ti tradirà». Non si fidava di sé; si fidava della grazia.
Infine la Comunione: «Mangiarono e furono saziati oltre misura». La manna nel deserto era figura. L’Eucaristia è realtà. La Chiesa canta la sazietà, ma aggiunge che il desiderio non viene deluso. Il cristiano è sazio e insieme desideroso. Più riceve Cristo, più lo desidera.
San Tommaso d’Aquino, dopo aver composto l’Adoro te devote, pianse davanti al Crocifisso e disse: «Non posso più scrivere». Aveva contemplato troppo profondamente il Mistero. La vera sazietà non spegne il desiderio: lo purifica.
E allora, quale è l’esortazione per noi?
Primo: chiedere la fede di Abramo. Fidarsi di Dio quando non capiamo.
Secondo: chiedere la perseveranza del cieco. Gridare verso Cristo anche quando gli altri ci invitano al silenzio.
Terzo: chiedere la carità. Senza di essa tutto è vuoto. Con essa, anche la prova diventa feconda.
Stiamo per entrare nella Quaresima. Non entriamoci da spettatori, ma da figli dell’Alleanza. Abramo cammina verso la promessa. Cristo cammina verso la Croce. Noi camminiamo verso la Pasqua.
E solo chi cammina nella fede, nella fiducia e nella carità, entrerà nella vera Terra promessa: la visione di Dio nella gioia eterna.
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