Il Santo Nome di Gesù
«Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi… e ogni lingua proclami». La liturgia oggi non comincia con un sentimento, ma con un comando. Non perché Dio abbia bisogno di essere onorato per sentirsi Dio, ma perché l’uomo ha bisogno di rimettere ordine dentro di sé: riconoscere chi è il Signore, e chi non lo è.
San Paolo, nella lettera ai Filippesi, pronuncia queste parole come conclusione del mistero dell’abbassamento di Cristo: Colui che era nella gloria si è fatto obbediente fino alla morte. E proprio per questo il Padre gli ha dato «un nome al di sopra di ogni nome». Il Nome di Gesù non è un’etichetta: è la rivelazione della sua missione, della sua identità, della sua vittoria. È il Nome del Salvatore. Nel linguaggio della fede, invocare il Nome significa entrare in relazione con la Persona: fidarsi di Lui, consegnarsi a Lui, lasciare che Lui regni.
Perciò la Chiesa osa dire: «ogni ginocchio si pieghi… nei cieli, sulla terra e negli inferi». È un’immagine totale: nulla resta fuori. Anche ciò che dentro di noi resiste, ciò che è oscuro, ferito, ribelle, è chiamato a riconoscere Cristo. A volte si pensa che piegarsi significhi umiliarsi in senso negativo, perdere dignità. In realtà è l’opposto: piegarsi davanti a Gesù significa smettere di piegarsi davanti a tutto il resto. Significa non essere schiavi delle paure, dell’orgoglio, dell’opinione altrui, delle mode, delle passioni che trascinano. Il ginocchio che si piega davanti al Signore si rialza libero davanti agli idoli.
La liturgia, poi, non solo afferma: canta. E anche la melodia dice qualcosa. La prima frase ha il carattere dell’ordine: una volontà che si impone, forte, chiara, senza esitazioni. Ma subito dopo la musica cambia: non è più l’imperativo che domina, è l’omaggio dell’anima. La lode diventa tenera, raccolta, quasi si inchina anche lei. È un insegnamento: davanti al Nome di Gesù non basta un gesto esteriore, non basta una formula pronunciata; occorre un cuore che si piega. La vera adorazione non è un irrigidimento, è una conversione.
E qui il Graduale aggiunge una supplica: «Salvaci, Signore nostro Dio, e radunaci da tutte le nazioni». Il Nome di Gesù non è solo da venerare: è da invocare. La salvezza non è un’idea; è un’azione di Dio che strappa dall’esilio e ricompone ciò che è disperso. L’immagine dei fiumi di Babilonia parla anche di noi: quante volte si vive lontani dalla Città santa del cuore, lontani dal Tempio interiore, divisi, frammentati, incapaci di lodare con unità. Chiedere di essere “radunati” significa chiedere una vita unificata: pensieri, desideri, parole, opere che tornano a convergere verso il Signore. E la promessa è grande: «essere glorificati nella tua gloria». Non una gloria mondana, ma la partecipazione alla luce di Dio.
Poi l’Alleluia mette sulle labbra una decisione: «La lode del Signore la proclamerà la mia bocca». C’è una responsabilità personale: la fede non resta muta. Il Nome di Gesù chiede di passare attraverso la voce, cioè attraverso la vita. Benedire il Nome del Signore non significa ripeterlo distrattamente; significa custodirlo nel linguaggio quotidiano, rispettarlo, invocarlo con fiducia, difenderlo dal ridurlo a intercalare o a parola vuota. Un cristiano riconosce il Nome di Gesù anche da come parla, da come promette, da come perdona, da come ringrazia.
L’Offertorio porta il discorso a un livello ancora più profondo. Dopo il comando dell’Introito, dopo la supplica del Graduale e dopo la promessa dell’Alleluia, la liturgia chiede una risposta concreta: «Ti loderò, Signore mio Dio, con tutto il cuore, e glorificherò il tuo nome in eterno». Qui il Nome di Gesù non è soltanto adorato o proclamato, ma accolto come criterio dell’offerta. Lodare con tutto il cuore significa consegnare ciò che si è, non solo ciò che si dice. L’Offertorio insegna che il Nome di Gesù chiede una vita unificata, donata, trasformata in sacrificio spirituale. E la ragione di questa offerta non è il timore, ma la fiducia: «Tu sei soave e mite, e di grande misericordia». Il Nome che salva è lo stesso che attira, consola e rende possibile l’offerta totale.
Infine la Comunione allarga lo sguardo: «Tutte le nazioni verranno… e glorificheranno il tuo nome». La profezia si compie già nel mistero dell’Eucaristia, mentre la Chiesa canta e riceve il Signore. Qui il Nome si fa presenza: colui che adoriamo non è lontano. E la conclusione è limpida: «Tu solo sei Dio. Alleluia». Quando Gesù è riconosciuto come unico Signore, la vita ritrova il suo centro, la sua pace, la sua direzione.
Portare con sé oggi una cosa semplice: pronunciare il Nome di Gesù come atto di fede. Non come abitudine, ma come scelta. Nel momento della tentazione, della paura, della stanchezza: “Gesù”. Nel momento della gioia e del ringraziamento: “Gesù”. Nel momento in cui si deve ricominciare: “Gesù”. Perché davvero, nel suo Nome, ogni ginocchio può piegarsi non per schiavitù, ma per libertà, e ogni lingua può proclamare non per costrizione, ma per amore: Gesù Cristo è nella gloria del Padre.
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