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II Domenica di Quaresima

Dalla luce del Tabor alla misericordia che salva

Se il Tabor fosse solo consolazione, lo cercheremmo tutti; ma poiché è luce sulla Croce, preferiamo restare a valle. Vogliamo la luce del Tabor, ma non la salita faticosa che ci porta fin lassù.

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Prima della Trasfigurazione c’è la fatica del cammino, il peso dell’incomprensione, l’annuncio della Passione. Cristo non porta i suoi sul monte per distrarli dal dolore, ma per insegnare loro come attraversarlo. È un movimento pedagogico e profondamente paterno: prima la coscienza del peccato, poi la luce della gloria; prima il grido dell’anima, poi la voce del Padre che dice: «Questi è il Figlio mio prediletto».

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L’Introito è tutto un mormorio penitente: «Ricòrdati delle tue bontà, Signore… non dominino su di noi i nostri nemici». È la preghiera della Chiesa che conosce il peso del peccato e la forza dei nemici interiori: il demonio, il mondo, la concupiscenza. Sant’Agostino, commentando i salmi penitenziali, diceva: «La voce del salmo è la voce del Cristo totale»; e cioè la voce del Capo e delle membra. Quando la Chiesa supplica, è Cristo stesso che, nel suo Corpo, chiede misericordia.

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Eppure questa supplica non è disperata. È grave, sì, ma piena di fiducia. Come san Pietro dopo il suo rinnegamento: «Uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,62). Non si allontanò; pianse davanti a Dio. E quelle lacrime diventarono roccia.

Il Graduale insiste: «Le tribolazioni del mio cuore si sono moltiplicate… perdona tutti i miei peccati». È la contrizione vera, quella che non si giustifica. Santa Teresa d’Avila racconta che la sua conversione definitiva avvenne davanti a un’immagine di Cristo flagellato: «Mi gettai ai suoi piedi… e lo supplicai di darmi forza per non offenderlo più». Non una teoria, ma un cuore trafitto.

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E proprio mentre la Chiesa ci mette sulle labbra questa preghiera umiliata, il Vangelo ci porta sul Tabor. Cristo si trasfigura. Perché? Perché i discepoli stanno per essere scandalizzati dalla Croce. La luce precede l’oscurità, la gloria anticipa la Passione.

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San Leone Magno spiega: «Il Signore rivelò la sua gloria ai testimoni scelti, affinché, vedendo lo splendore della sua divinità, non fossero turbati dallo scandalo della croce». È misericordia anche questa: Dio non ci mostra solo il dovere, ma il fine; non solo la fatica, ma la meta.

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La figura di Giacobbe, letta al Mattutino, illumina questo mistero. Benedetto dal padre, egli deve fuggire, lavorare anni per Rachele, essere ingannato, soffrire. Ma prima della prova, a Betel, vede la scala che unisce cielo e terra. Prima della fatica, la visione. Prima della lotta, la promessa.

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Così è per Cristo. Così è per noi. La Quaresima è fatica, è ascesi, è combattimento contro il peccato; ma la Chiesa, come madre sapiente, ci mostra la Trasfigurazione perché non dimentichiamo per chi e per cosa combattiamo.

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Il Tratto esplode in lode: «Lodate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia». In piena Quaresima, un canto di esultanza! Perché la santificazione di cui parla l’Epistola — «Dio vi ha chiamati alla santificazione» (1 Ts 4,7) — è anzitutto opera della sua misericordia. Non siamo noi che saliamo da soli: siamo visitati.

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Santa Teresa di Lisieux scriveva: «La santità non consiste in questa o quella pratica, ma in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli tra le braccia di Dio». E ancora: «È la fiducia e null’altro che la fiducia che deve condurci all’Amore». Ecco la Trasfigurazione vissuta nel quotidiano: fiducia sotto la croce.

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L’Offertorio canta: «Mediterò i tuoi precetti che amo tanto; leverò le mie mani verso le tue leggi». Sul Tabor, Mosè ed Elia — la Legge e i Profeti — stanno accanto a Gesù. Tutto converge in Lui. Non basta ammirare la luce: bisogna ascoltare. «Ascoltatelo», dice la voce del Padre.

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San Francesco d’Assisi, dopo aver udito il Vangelo nella chiesa di San Damiano, non si limitò a commuoversi: lo prese alla lettera. «Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore». La meditazione diventa obbedienza; la contemplazione si fa vita.

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Infine la Comunione: «Comprendi il grido dell’anima mia… mio Re e mio Dio». Dopo aver ricevuto il Signore, l’anima non grida più dall’esterno, ma dal profondo. È il «clamor» interiore, il gemito dello Spirito.

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San Giovanni Paolo II, meditando sulla Trasfigurazione, disse che il Tabor non è evasione dal mondo, ma forza per scendere nella pianura e affrontare il Calvario. La vera contemplazione prepara alla carità.

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Fratelli, questa è la pedagogia della Quaresima: contrizione, luce, ascolto, trasformazione. Ma ora la liturgia ci chiede un passo in più. Non basta capire: bisogna agire.

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Allora, concretamente:

– scegliamo un peccato dominante e combattiamolo con decisione, non genericamente;
– accostiamoci alla Confessione con verità, senza giustificazioni;

– fissiamo ogni giorno un tempo reale per la meditazione del Vangelo, anche solo dieci minuti, ma fedeli;

– viviamo un gesto concreto di carità nascosta, che nessuno sappia, per purificare l’intenzione;

– partecipiamo alla Messa feriale, almeno una volta in settimana, per salire anche noi sul Tabor.

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La Trasfigurazione non è un ricordo lontano. È la promessa di ciò che saremo, se accettiamo la purificazione della Quaresima.

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Non temiamo la fatica. Non scoraggiamoci per le cadute. Se oggi il cuore è appesantito, alziamo lo sguardo. La luce di Cristo non abbaglia per umiliarci, ma per attirarci.

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Camminiamo con decisione. Penitenza sincera. Ascolto obbediente. Carità concreta. Comunione frequente.

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E allora, quando verrà la Pasqua — e verrà — non sarà solo una festa nel calendario, ma l’aurora dentro l’anima.

©️ - Amicitia Liturgica

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