Domenica dopo l'Ascensione del Signore
«Non vi lascerò orfani»
Ci sono assenze che fanno capire quanto una presenza fosse diventata necessaria. Finché qualcuno è accanto a noi, quasi ci abituiamo; ma quando non lo vediamo più, allora comprendiamo quanto il cuore si fosse appoggiato a quel volto, a quella voce, a quella vicinanza. È esattamente il clima spirituale della liturgia di oggi. Cristo è asceso al cielo. La Chiesa non vive più la gioia pasquale dei primi incontri con il Risorto. E improvvisamente appare una specie di vuoto, una nostalgia santa, un desiderio che fa soffrire e amare insieme.
L’Introito canta una preghiera meravigliosa: «Il tuo volto, Signore, io cercherò. Non distogliere da me il tuo volto». Non è certo il grido disperato di chi ha perso Dio; è la supplica amante di chi lo ha conosciuto davvero. Finché Cristo camminava visibilmente tra i suoi, bastava guardarlo. Ora bisogna imparare una presenza diversa: la presenza della fede, della grazia, dello Spirito Santo.
Sant’Agostino, commentando questo desiderio di vedere Dio, scriveva: «Tutta la vita del buon cristiano è un santo desiderio» (In Epistolam Ioannis ad Parthos, IV, 6). Quanto è vero. Il cristiano autentico non è uno che si è sistemato spiritualmente; è uno che porta dentro una "mancanza". Non perché Cristo sia assente, ma perché la sua presenza non è ancora piena. Per questo la Chiesa, oggi, non canta né una tristezza disperata né una gioia trionfante: canta l’amore che attende.
L’Epistola di san Pietro ci porta subito dentro questa attesa concreta: «La fine di tutte le cose è vicina». E fa riflettere il fatto che l’Apostolo non tragga da questo un invito alla paura, ma alla vigilanza, alla carità, alla sobrietà, al servizio reciproco. Un po' come se dicesse: proprio perché il mondo passa, amate meglio; proprio perché il tempo è breve, vivete con più verità.
I Padri del deserto insistevano molto su questo punto. Abba Agatone insegnava ai suoi monaci a vivere con la lucidità di chi sa di dover rendere conto a Dio di ogni istante della propria vita. Non per vivere nell’angoscia, ma nella lucidità. La dimenticanza dell’eternità rende superficiale tutta la vita spirituale.
Il primo Alleluia ciaiuta ad aprire lo sguardo: «Il Signore regna su tutte le nazioni; Dio siede sul suo santo trono». Dopo il tono intimo dell’Introito, la Chiesa ci obbliga a ricordare una cosa decisiva: il Cristo che sembra lontano non è assente. Regna. Governa. Intercede. La sua umanità gloriosa siede presso il Padre. La nostalgia cristiana non è quella di chi ha perduto qualcuno, ma quella di chi sa che Colui che ama vive e regna.
Santa Teresa di Lisieux, negli ultimi mesi della sua vita attraversò una prova durissima contro la fede e contro il sentimento della presenza di Dio. Eppure continuò ad abbandonarsi con radicale fiducia all’Amore misericordioso di Dio, anche quando non ne percepiva più alcuna consolazione sensibile. È precisamente la maturità spirituale che la liturgia di oggi insegna: cercare il volto di Cristo anche quando sembra nascosto.
Il secondo Alleluia è una delle parole più commoventi di tutto il tempo pasquale: «Non vi lascerò orfani; me ne vado, ma ritornerò a voi, e il vostro cuore si rallegrerà». Qui non parla più la Chiesa: parla Cristo stesso. Ed è bellissimo che non corregga la tristezza dei discepoli con un ragionamento, ma con una promessa di presenza.
San Giovanni Crisostomo osservava che Cristo sale al cielo senza separarsi dalla Chiesa, come il sole che sembra lontanissimo e tuttavia continua a riempire tutto della sua luce. È questo il mistero del tempo tra Ascensione e Pentecoste: imparare che Cristo è più presente ora di quanto lo fosse prima, perché può abitare interiormente nelle anime mediante lo Spirito Santo.
Il Vangelo sembra entrare a gamba tesa in questa dolce promessa, quasi a rovinare la festa, preparando i discepoli alla persecuzione: «Vi espelleranno dalle sinagoghe». È impressionante. Cristo consola, ma non illude. Non promette una vita facile. Promette però il Consolatore, lo Spirito di verità, che renderà testimonianza a Lui dentro i suoi discepoli.
San Policarpo di Smirne, quando fu arrestato ormai anziano e invitato a rinnegare Cristo per salvarsi la vita, rispose: «Da ottantasei anni lo servo e non mi ha fatto alcun male. Come potrei bestemmiare il mio Re che mi ha salvato?» (Martirio di Policarpo, IX). Non era eroismo umano. Era il frutto dello Spirito Santo promesso da Cristo. L’uomo da solo fugge la Croce; l’uomo abitato dallo Spirito diventa capace di testimonianza.
L’Offertorio e la Comunione rendono tutto ancora più intimo. Cristo stesso si rivolge al Padre: «Quando ero con loro, io li custodivo… ora vengo a te… custodiscili dal male». È bello pensare che, mentre noi lo cerchiamo, Lui intercede per noi. Mentre la Chiesa dice: «Cerco il tuo volto», il Figlio dice al Padre: «Custodiscili».
San Cirillo d’Alessandria insegnava che Cristo, salendo al Padre, non ha deposto la sua umanità come qualcosa da abbandonare, ma la presenta eternamente per noi davanti al Padre. Le sue piaghe restano aperte come intercessione perpetua.
Qui la liturgia si fa estremamente concreta. Il vero pericolo non è che Cristo ci abbandoni. Lui lo ha promesso: «Non vi lascerò orfani». Il vero pericolo è che noi viviamo da orfani, come se fossimo soli nel mondo.
Vivono da orfani quei cristiani che cercano sicurezza solo nelle cose umane. Vivono da orfani quelli che pregano poco e male, che si confessano raramente, che si nutrono continuamente di rumore, di distrazione, di superficialità. Vivono da orfani quelli che cercano consolazione ovunque tranne che in Dio.
E allora:
Custodisci il desiderio di Dio. Non anestetizzare il cuore. Non riempire la vita di cose inutili per non sentire il vuoto interiore. Quel vuoto, se è vissuto bene, diventa ricerca del volto di Cristo.
Invoca spesso lo Spirito Santo. Approfitta della Novena di Pentecoste. Gli Apostoli, tra Ascensione e Pentecoste, non si dispersero: rimasero raccolti nella preghiera. Un cristiano che non invoca lo Spirito finisce inevitabilmente per vivere di criteri mondani.
Impara a riconoscere la presenza invisibile di Cristo. Nell’Eucaristia, nella Scrittura, nella preghiera silenziosa, nella carità fedele, nella Croce quotidiana portata con amore. Il Signore non è scomparso: si è reso più profondo.
Infine, non avere paura della testimonianza. Il mondo rispetta poco i cristiani tiepidi, ma resta colpito davanti a una fede vera, pacifica, limpida, perseverante.
Il cristianesimo è imparare a vivere della sua presenza invisibile, fino al giorno in cui il volto cercato nella fede sarà finalmente contemplato nella gloria.
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