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Corpus Domini

Non basta essere nutriti: bisogna essere saziati

Ci sono molte fami che abitano il cuore dell’uomo: fame di felicità, di pace, di amore, di verità, di sicurezza. E una delle esperienze più universali della vita è scoprire che nulla di ciò che è terreno riesce a saziare completamente queste attese. Si raggiungono traguardi, si accumulano esperienze, si ottengono soddisfazioni reali, eppure rimane sempre qualcosa che manca.

Forse è proprio per questo che l’Introito della festa di oggi usa immagini così concrete e così audaci: «Li ha nutriti con il fiore del frumento e li ha saziati con il miele della roccia». Non parla semplicemente di nutrimento. Parla di sazietà. Non dice soltanto che Dio sostiene il suo popolo: dice che lo colma.

Ed è significativo che questo Introito sia lo stesso del lunedì di Pentecoste. La Chiesa lo aveva già cantato il giorno dopo l’effusione dello Spirito, pensando ai neobattezzati appena nutriti dell’Eucaristia. Oggi lo riprende per dirci che la vita nuova donata dallo Spirito ha bisogno del suo nutrimento proprio: il Corpo e il Sangue del Signore. Pentecoste non rimane separata dal Corpus Domini: lo Spirito forma Cristo nelle anime, e l’Eucaristia alimenta questa vita fino alla sua pienezza.

Il fiore del frumento è figura dell’Eucaristia; il miele che sgorga dalla roccia richiama Cristo stesso, la roccia dalla quale scaturisce la dolcezza della vita divina. Sant’Agostino, commentando questo versetto, richiama le parole di san Paolo: Petra autem erat Christus. La roccia era Cristo.

C’è poi un particolare che la liturgia ci invita a non perdere. Il salmo dice prima: cibavit eos, li ha nutriti; poi: saturavit eos, li ha saziati. È una progressione. Dio non si limita a darci qualcosa per sopravvivere; vuole condurci alla pienezza. L’Eucaristia è già sulla terra l’inizio di quella sazietà definitiva che un giorno sarà perfetta nella visione di Dio. Come canta un altro salmo: Satiabor cum apparuerit gloria tua — «Sarò saziato quando apparirà la tua gloria».

L’Epistola ci riporta nel Cenacolo. San Paolo non offre una riflessione personale: trasmette ciò che egli stesso ha ricevuto. «Questo è il mio Corpo... questo è il mio Sangue». La Chiesa non inventa l’Eucaristia; la riceve. Non la spiega riducendola alle misure della ragione; la custodisce. E proprio perché la custodisce, la adora.

Il Graduale sviluppa una splendida immagine: «Gli occhi di tutti sperano in te, Signore, e tu dai loro il cibo nel tempo opportuno». Tutta la creazione vive di una dipendenza radicale da Dio. Ogni essere attende da Lui il nutrimento. Ma nella nuova alleanza questa attesa riceve una risposta inaudita. Per secoli Dio aveva nutrito il suo popolo con i suoi doni; nella pienezza dei tempi ha superato ogni attesa, dandoci non qualcosa di suo, ma il suo stesso Figlio, realmente presente nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.

San Giovanni Crisostomo insegna che nell’Eucaristia Cristo non si limita a manifestare il suo amore mediante un dono esterno, ma offre se stesso come nutrimento. Per questo il Graduale assume oggi una profondità nuova: gli occhi della Chiesa sono rivolti verso il Padre, e il Padre risponde donando il Figlio.

L’Alleluia rende esplicito ciò che il Graduale lasciava intravedere: «La mia carne è veramente cibo e il mio sangue veramente bevanda». Non simbolicamente. Non metaforicamente. Veramente. È significativo che, quando molti discepoli abbandonano Gesù dopo il discorso di Cafarnao, Egli non attenui le sue parole. Non dice: avete capito male. Non riduce il mistero per renderlo più accettabile. Lascia che il mistero resti intero, anche quando scandalizza.

Qui si comprende perché la Chiesa abbia voluto inserire la grande Sequenza di san Tommaso d’Aquino. Essa non è semplicemente poesia liturgica. È una professione di fede cantata. «Ciò che non comprendi, ciò che non vedi, lo attesta la fede viva». È forse uno dei versi più profondi di tutta la liturgia latina.

San Tommaso, negli ultimi mesi della sua vita, dopo una particolare esperienza mistica celebrando la Messa, smise quasi completamente di scrivere. A fra Reginaldo, che lo esortava a continuare, disse che tutto ciò che aveva scritto gli sembrava paglia rispetto a ciò che gli era stato mostrato. Non rinnegava la teologia; ne aveva contemplato la sorgente. E quella sorgente era Cristo.

Il Vangelo porta il discorso al suo vertice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Non si tratta soltanto di ricevere una grazia. Si tratta di entrare in una comunione reale. L’Eucaristia è il sacramento della dimora reciproca: Cristo in noi e noi in Cristo.

I Padri del deserto usavano spesso immagini semplici per parlare della trasformazione dell’uomo in Dio. Come il ferro posto nel fuoco diventa incandescente senza cessare di essere ferro, così l’anima unita a Dio partecipa alla sua vita senza cessare di essere creatura. L’Eucaristia è il grande fuoco nel quale avviene questa trasformazione.

L’Offertorio introduce un’altra prospettiva. «I sacerdoti del Signore offrono a Dio il pane e l’incenso». La festa del Corpus Domini è inseparabile dal sacerdozio. Senza sacerdoti non vi sarebbe Eucaristia. Senza l’Eucaristia la Chiesa perderebbe il suo cuore pulsante.

San Giovanni Maria Vianney ripeteva ai suoi parrocchiani che una comunità privata a lungo del sacerdote finisce per perdere il senso di Dio e del culto: vi adoreranno gli animali. L’espressione è forte, ma coglie una verità essenziale: è l’altare che mantiene viva la fede del popolo cristiano.

E infine il Communio. Qui la liturgia cambia improvvisamente tono. San Paolo ci ricorda che chi mangia e beve indegnamente diventa reo del Corpo e del Sangue del Signore. È una delle affermazioni più severe di tutto il Nuovo Testamento. La Chiesa non vuole spaventarci. Vuole salvarci. Perché l’amore autentico avverte sempre del pericolo. Più grande è il dono, più grande è la responsabilità.

E quale dono potrebbe essere più grande? Qui non riceviamo una semplice benedizione, un conforto spirituale o un simbolo sacro. Riceviamo Cristo stesso. Proprio per questo la fede, la preparazione interiore e lo stato di grazia non sono dettagli secondari, ma la risposta dovuta alla santità di Colui che viene a noi. La severità di san Paolo nasce dalla grandezza dell’Eucaristia: se il Signore si consegna realmente a noi, non possiamo accostarci a Lui con superficialità, distrazione o indifferenza.

La Chiesa custodisce questo ammonimento non per allontanarci dalla Comunione, ma perché impariamo ad avvicinarci ad essa con maggiore amore, maggiore riverenza e maggiore verità.

A questo punto il discorso non può restare sull’altare come una verità contemplata da lontano. Se il Corpo del Signore è realmente dato, allora anche il nostro modo di accostarci, di prepararci, di adorare e di vivere dopo la Comunione deve diventare reale. Il Sacramento chiede una risposta proporzionata al dono.

Anzitutto, riscopri l’adorazione eucaristica. Non limitarti a ricevere Cristo: impara a restare davanti a Lui senza fretta, senza parole inutili, lasciando che la sua Presenza rieduchi il tuo sguardo, i tuoi desideri, il tuo modo di stare davanti a Dio. Una fede che non sa più adorare finisce presto per trattare anche l’Eucaristia come un gesto abituale.

Custodisci la confessione frequente. L’Eucaristia è il pane dei figli, non un diritto automatico. Se la coscienza è gravata da peccato mortale, la via verso la Comunione passa prima attraverso il confessionale.

Prepara e ringrazia. Troppi cristiani dedicano più attenzione a un incontro di lavoro che alla Comunione. Arrivano all’altare distratti e se ne vanno immediatamente dopo aver ricevuto il Signore. I santi facevano il contrario: preparavano l’incontro e ne custodivano a lungo la memoria.

Infine, lascia che l’Eucaristia cambi concretamente la tua vita. Non basta credere alla presenza reale sull’altare; bisogna permettere a quella presenza di diventare reale nelle scelte, nelle parole, nella carità, nella purezza, nel perdono.

Cristo non è rimasto tra noi per essere semplicemente venerato. È rimasto per trasformarci. La sua Presenza reale non vuole soltanto occupare il tabernacolo, ma entrare nella vita, purificare il cuore, ordinare i desideri, cambiare il modo in cui pensiamo, parliamo, scegliamo, amiamo. Se riceviamo il Corpo del Signore e poi nulla in noi si lascia convertire, allora abbiamo trattato il Sacramento come una cosa santa da rispettare, ma non come una Presenza viva da cui lasciarci conquistare.

E infine dobbiamo farci una domanda molto esigente: la tua vita, dopo averlo ricevuto, porta qualche segno della sua Presenza? Perché non basta che Cristo sia realmente presente sull’altare: vuole diventare realmente operante in noi.

©️ - Amicitia Liturgica

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