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V Domenica dopo Pentecoste

La ferita guarita dalla carità

Quando una ferita viene coperta troppo presto, dall’esterno sembra guarita. La pelle si richiude, il sangue non esce più, il dolore pare attenuarsi. Ma se dentro resta un’infezione, quella ferita non è guarita: è soltanto nascosta. E prima o poi il male torna fuori, più profondo e più pericoloso. Allora il medico deve fare un’operazione che sembra dura: riaprire, purificare, togliere ciò che corrompe, perché solo una ferita purificata può chiudersi davvero.

Così fa oggi il Signore con la nostra anima. La liturgia di questa domenica non si accontenta di una carità esteriore, educata, formale. Cristo vuole scendere nella ferita nascosta: là dove custodiamo rancori, antipatie, giudizi duri, parole non ritrattate, freddezze coltivate. Il tema profondo è la carità fraterna: non una carità sentimentale, ma una carità vera, capace di entrare là dove l’amor proprio è stato ferito.

Già il Mattutino ci mette davanti un’immagine altissima: Davide piange Saul e Gionata. Gionata era l’amico fedele; Saul, invece, era stato il persecutore. Saul aveva cercato Davide per ucciderlo, mosso dalla gelosia e dalla paura. Eppure Davide, quando Saul cade, non esulta. Non dice: “Finalmente giustizia è fatta”. Non si rallegra della caduta del nemico. Piange. Quómodo cecidérunt fortes in prǽlio? — Come sono caduti i forti in battaglia? (2 Re [2 Sam] 1,25). Il cuore di Davide è più grande della ferita ricevuta. Non cancella il male subito, ma non lascia che il male diventi padrone del suo cuore.

Ecco la prima lezione: la carità cristiana non consiste nel negare le ferite, ma nel non permettere che le ferite diventino odio.

L’Introito comincia come il grido di un’anima che sa di non riuscire da sola: Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me, neque despícias me, Deus salutáris meus — Ascolta, o Signore, la mia voce con cui ho gridato a te: sii tu il mio aiuto, non abbandonarmi e non disprezzarmi, o Dio della mia salvezza. È la preghiera di chi sente che amare il prossimo non è sempre facile. Amare chi ci ama è dolce; amare chi ci ferisce è una grazia. Sopportare chi ci è gradito è spontaneo; sopportare chi ci pesa richiede l’aiuto di Dio.

Per questo la Colletta chiede il principio stesso della carità: Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur — O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano: infondi nei nostri cuori l’affetto del tuo amore, affinché, amandoti in tutte le cose e sopra tutte le cose, conseguiamo le tue promesse, che superano ogni desiderio. Non si ama davvero il prossimo se prima il cuore non è acceso dall’amore di Dio. La carità fraterna non è soltanto buona educazione, equilibrio di carattere, diplomazia familiare o prudenza sociale. È una fiamma che discende da Dio e raddrizza il cuore.

San Pietro, nell’Epistola, mostra subito dove questa fiamma deve arrivare: Siate tutti concordi nella preghiera, compassionevoli, amanti della fraternità, misericordiosi, modesti, umili: non rendendo male per male, né maledizione per maledizione, ma al contrario benedicendo. E aggiunge: coérceat linguam suam a malo — trattenga la sua lingua dal male. La carità si riconosce spesso da qui: da una parola non restituita, da un giudizio non diffuso, da una conversazione non avvelenata.

Santo Stefano, mentre viene lapidato, non muore maledicendo i suoi persecutori, ma pregando: Dómine, ne státuas illis hoc peccátum — Signore, non imputare loro questo peccato (At 7,60). Le pietre feriscono il corpo, ma non riescono a far uscire odio dal cuore. È la vittoria della carità: non perché il male non sia male, ma perché il male non riesce a generare altro male nell’anima del giusto.

Il Vangelo porta questa carità davanti all’altare. Cristo dice: Se la vostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Non basta una giustizia esteriore. Non basta non uccidere con la mano, se poi si ferisce con il disprezzo. Per questo il Signore aggiunge: Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con tuo fratello, e poi torna a offrire il tuo dono.

L’altare non è il luogo in cui il rancore viene coperto con un velo sacro. È il luogo in cui deve essere consegnato a Dio perché sia bruciato.

 San Giovanni Gualberto lo comprese in un momento decisivo della sua vita. Ancora cavaliere, incontrò l’uccisore di suo fratello. Avrebbe potuto vendicarsi. Ma l’uomo gli chiese pietà, e Giovanni, vincendo se stesso, lo perdonò. Subito dopo entrò nella chiesa di San Miniato al Monte, e davanti al Crocifisso comprese che la via della Croce non era la vendetta, ma il perdono. Non chiamò bene ciò che era male; non rese piccola la colpa. Ma capì che la vendetta non avrebbe guarito la ferita: l’avrebbe infettata ancora di più.

All’Offertorio la Chiesa canta: Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear — Benedirò il Signore, che mi ha dato l’intelligenza: tenevo Dio sempre davanti a me; poiché egli è alla mia destra, non vacillerò. È una parola preziosa. Perdonare, tacere, benedire, riconciliarsi non è debolezza né ingenuità: è intelligenza soprannaturale. Dio ci fa comprendere il vero senso delle cose. Ci fa capire che il rancore promette forza ma genera schiavitù; che la vendetta sembra giustizia ma spesso prolunga il male; che la carità sembra perdita, ma in realtà custodisce l’anima.

E alla Comunione la liturgia ci fa cantare: Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ — Una sola cosa ho chiesto al Signore, questa domanderò: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita. Ecco dove conduce tutta la Messa di oggi. Dopo averci mostrato la carità fraterna in Davide, che piange anche Saul; dopo averci fatto domandare nella Colletta l’amore di Dio in ómnibus et super ómnia — in tutte le cose e sopra tutte le cose; dopo averci insegnato con san Pietro a non rendere male per male; dopo averci condotti con Cristo davanti all’altare, dove il sacrificio non può essere separato dalla riconciliazione, la liturgia apre davanti a noi la casa del Signore.

Lì tutto sarà carità. Lì non entreranno rancori custoditi, parole velenose, memorie amare volontariamente trattenute. Lì nessuno vivrà contro un altro, nessuno godrà della caduta del fratello, nessuno porterà nel cuore un processo sempre aperto. Per questo la Comunione non è soltanto conforto: è anche giudizio dolce e salutare sulla nostra vita. Ricevere Cristo significa lasciarsi attrarre verso quel Regno dove la carità sarà perfetta; e proprio per questo significa cominciare già ora a togliere dal cuore ciò che con quel Regno non può convivere.

Santa Maria Goretti, ferita mortalmente, perdonò Alessandro Serenelli e pregò per lui. Anche in lei vediamo la stessa luce: il male aveva colpito il corpo, ma non era riuscito a impossessarsi dell’anima. Quel perdono non rese meno grave il peccato subito; mostrò invece che la grazia può essere più profonda della ferita. È questo che la Comunione domanda a ciascuno di noi: lasciare che Cristo entri non soltanto nella parte devota dell’anima, ma anche nella parte ferita, là dove l’amore è più difficile.

Se desidero abitare nella casa del Signore, posso continuare ad abitare interiormente nella casa del rancore? Se chiedo il Cielo, posso nutrire volontariamente ciò che in Cielo non entrerà? Se mi accosto all’altare del Corpo di Cristo, posso conservare disprezzo verso le membra di Cristo?

Non si tratta di sentimenti facili. La liturgia non ci chiede di fingere che certe ferite non esistano. Davide non finge che Saul non lo abbia perseguitato; Stefano non finge che le pietre non lo stiano colpendo; Giovanni Gualberto non finge che la morte del congiunto non sia stata un male; Maria Goretti non finge che l’offesa subita non sia gravissima. Ma tutti mostrano che la grazia può rendere il cuore più grande della ferita.

Perciò, uscendo da questa Messa, ciascuno può portare con sé un proposito semplice e reale. Forse sarà custodire la lingua, tacendo una parola vera ma inutile, una parola esatta ma non caritatevole, una parola che non guarirebbe nessuno. Forse sarà interrompere la restituzione del male, non rispondendo alla freddezza con altra freddezza, alla puntura con altra puntura, all’umiliazione con il desiderio segreto di umiliare. Forse sarà pregare finalmente per una persona che pesa sul cuore, dicendo almeno: “Signore, benedicila; e guarisci in me ciò che ancora non riesce ad amare”. Forse sarà fare un passo reale di riconciliazione: una parola, una lettera, una richiesta di perdono, una rettifica, un silenzio mantenuto quando sarebbe più facile colpire.

Non sempre l’altro accetterà. Non sempre il rapporto tornerà come prima. Non sempre la pace esterna dipenderà da noi. Ma dipende da noi non volere l’odio. Dipende da noi non nutrire la ferita. Dipende da noi presentare a Cristo un cuore che almeno desidera essere guarito.

Una ferita coperta non è ancora una ferita guarita. Anche l’anima può coprire molte cose: con la cortesia, con il silenzio, con l’apparenza religiosa, persino con la presenza all’altare. Ma Cristo, medico delle anime, oggi riapre dolcemente ciò che deve essere purificato. Non per umiliarci, ma per salvarci. Non per toglierci la pace, ma per darci quella vera.

Exáudi, Dómine, vocem meam — Ascolta, o Signore, la mia voce. Dammi l’amore che non ho. Dammi la forza di non rendere male per male. Dammi una lingua pura, un cuore mite, una memoria guarita. Fa’ che io ami te in tutto e sopra tutto, e per amore tuo impari ad amare anche il fratello che mi è difficile amare. Solo così l’offerta sarà pura. Solo così l’altare non sarà smentito dal cuore. Solo così la ferita potrà finalmente guarire.

©️ - Amicitia Liturgica

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