XI Domenica dopo Pentecoste
Apriti alla voce di Cristo
Ci sono porte che si chiudono dall’interno. San Francesco di Sales lo sperimentò nel Chablais. Andava a predicare, ma molti non volevano ascoltarlo; le chiese erano vuote, le case chiuse, le orecchie chiuse. Allora fece una cosa semplice e tenace: scrisse foglietti di dottrina cattolica e li fece arrivare dove la sua voce non poteva entrare, fissandoli ai muri o facendoli scivolare sotto le porte. Quando gli uomini non volevano ascoltare, egli cercò ugualmente una fessura per far passare la parola di Dio.
Questa è anche la nostra condizione. A volte non siamo sordi perché non sentiamo nulla, ma perché non vogliamo lasciar entrare ciò che Dio dice. Abbiamo orecchi pieni di rumori, di preoccupazioni, di abitudini; abbiamo una lingua pronta per tante parole inutili, ma lenta nel lodare, nel confessare la fede, nel dire una parola buona. La Messa di oggi ci mette davanti un miracolo: Cristo apre le orecchie e scioglie la lingua. Ma prima ancora ci mostra che tutta la vita cristiana è un miracolo di Dio: la vita prolungata, la carne che rifiorisce, il Vangelo che risuscita, la Chiesa che raduna gli uomini in una sola casa.
L’Introito canta: Deus in loco sancto suo: Deus qui inhabitáre facit unánimes in domo: ipse dabit virtútem et fortitúdinem plebi suæ — Dio nel suo santo luogo: Dio che fa abitare gli uomini concordi in una casa; egli darà forza e coraggio al suo popolo. Dio non lascia l’uomo disperso nel deserto della propria solitudine. Raduna. Fa abitare in una casa. Dà forza e coraggio. È il miracolo permanente della Chiesa: uomini diversi, fragili, spesso feriti, vengono raccolti in una sola fede, in una sola speranza, in una sola carità. Non è opera nostra. È Dio che apre, Dio che raduna, Dio che dà forza.
La Colletta osa chiedere perfino ciò che noi non sappiamo chiedere: Omnípotens sempitérne Deus, qui abundántia pietátis tuæ et mérita súpplicum excédis et vota: effúnde super nos misericórdiam tuam; ut dimíttas quæ consciéntia métuit, et adjícias quod orátio non præsúmit — Dio onnipotente ed eterno, che nell’abbondanza della tua bontà superi i meriti e i desideri di coloro che ti supplicano: effondi su di noi la tua misericordia, affinché tu perdoni ciò che la coscienza teme e aggiunga ciò che la preghiera non osa domandare. È una preghiera da cristiani fiduciosi. La coscienza ha paura, perché conosce le proprie colpe; la preghiera non osa, perché si sente povera. Ma Dio è più grande della nostra paura e più largo della nostra domanda. Egli non si limita a guarire ciò che mostriamo: vuole guarire anche ciò che non sappiamo nemmeno formulare.
L’Epistola ci porta al centro: san Paolo ricorda il Vangelo che ha predicato, quello che i Corinzi hanno ricevuto e nel quale stanno saldi: Cristo è morto per i nostri peccati, è stato sepolto, è risuscitato il terzo giorno ed è apparso ai suoi. Non è solo un'idea: è un fatto vivo, efficace, capace di salvare. La fede cristiana poggia su Cristo risorto. Se Cristo è risorto, allora nessuna sordità è definitiva, nessun mutismo dell’anima è senza speranza, nessuna morte è l’ultima parola.
San Beda il Venerabile, negli ultimi giorni della sua vita, ormai molto debole, continuò a dettare ai suoi discepoli la traduzione del Vangelo di san Giovanni. Quando mancava ancora una frase, il giovane scriba esitava, vedendolo morente. Beda rispose di scrivere presto. Quando il discepolo disse: “Ora è scritto”, egli rispose: “È compiuto”. Poco dopo rese l’anima a Dio. La sua lingua rimase al servizio del Vangelo fino all’ultimo respiro. La risurrezione che san Paolo predica non produce cristiani muti: produce uomini che, finché hanno fiato, consegnano la parola ricevuta.
Dopo l’Epistola, il Graduale fa salire un canto di gratitudine e speranza: In Deo sperávit cor meum, et adjútus sum: et reflóruit caro mea: et ex voluntáte mea confitébor illi — In Dio ha sperato il mio cuore, e sono stato aiutato: ed è rifiorita la mia carne; e dalla mia volontà lo loderò. “È rifiorita la mia carne”: dopo l’annuncio di Cristo risorto, queste parole diventano luminose. Non parlano soltanto di un sollievo momentaneo; fanno intravedere la risurrezione, la carne rinnovata, la vita che Dio restituisce dove l’uomo vedeva soltanto debolezza. E la risposta è immediata: lo loderò. Quando Dio rialza, la lingua deve lodare.
Il versetto però non dimentica la supplica: Ad te, Dómine, clamávi: Deus meus, ne síleas, ne discédas a me — A te, Signore, ho gridato: mio Dio, non tacere, non allontanarti da me. È la preghiera di chi ha bisogno che Dio continui a parlare. Perché il vero pericolo non è soltanto non parlare a Dio; è non lasciar parlare Dio. San Gregorio Magno diceva che le parole divine crescono con chi le legge. La Scrittura, la predicazione, la liturgia non restano mute: crescono nell’anima che ascolta, diventano luce, giudizio, consolazione, forza.
L’Alleluia allora chiama tutti alla lode: Exsultáte Deo adjutóri nostro: jubiláte Deo Jacob: súmite psalmum jucúndum cum cíthara — Cantate con trasporto Dio nostro aiuto: acclamate il Dio di Giacobbe; intonate un salmo gioioso con la cetra. La Chiesa non vuole una gratitudine timida. Se Dio aiuta, se Cristo è risorto, se la carne rifiorirà, se il sordomuto sarà guarito, allora la lode deve svegliarsi. La fede apre le orecchie, ma apre anche la bocca: per confessare Dio, per ringraziare, per testimoniare, per parlare bene.
Ed ecco il Vangelo. Conducono a Gesù un uomo sordo e balbuziente. Il Signore lo prende in disparte, lontano dalla folla; gli mette le dita negli orecchi, gli tocca la lingua, guarda verso il cielo, sospira e gli dice: “Apriti”. Subito gli si aprono gli orecchi, si scioglie il nodo della lingua e parla correttamente.
Cristo non compie un gesto freddo. Tocca. Guarda il cielo. Sospira. Entra nella miseria dell’uomo con una delicatezza divina. San Beda vede in questo sordomuto l’immagine di chi non ha orecchi per ascoltare la parola di Dio e non apre la bocca per proclamarla. Per questo deve essere condotto a Cristo da chi ha già imparato ad ascoltare e a parlare. È una grande lezione anche per noi: molti non arriveranno da soli al Signore. Hanno bisogno di qualcuno che li porti: con una preghiera, con un invito, con una parola detta bene, con un esempio limpido.
All’Offertorio il canto sembra uscire proprio dalla bocca del sordomuto guarito: Exaltábo te, Dómine, quóniam suscepísti me, nec delectásti inimícos meos super me: Dómine, clamávi ad te, et sanásti me — Ti esalterò, o Signore, perché mi hai accolto e non hai lasciato che i miei nemici gioissero su di me: Signore, ho gridato a te e mi hai guarito. È il canto di chi sa di essere stato toccato. Nel Battesimo anche su di noi Cristo ha detto, in qualche modo: “Apriti”. Ha aperto l’orecchio alla fede e la bocca alla confessione. Ma spesso il miracolo deve essere rinnovato: perché torniamo sordi quando non ascoltiamo, e torniamo muti quando non confessiamo.
La Comunione ci consegna infine un invito concreto: Honóra Dóminum de tua substántia, et de primítiis frugum tuárum: et implebúntur hórrea tua saturitáte, et vino torculária redundábunt — Onora il Signore con i tuoi beni e con le primizie dei tuoi frutti: e i tuoi granai saranno riempiti fino a sazietà, e i tuoi torchi traboccheranno. Dopo aver ricevuto Cristo, non possiamo offrirgli gli scarti. Le primizie sono il meglio: il primo posto, il primo tempo, la prima forza, il cuore non consumato dagli idoli.
San Carlo Borromeo, durante la peste di Milano del 1576 non fuggì dalla città, non si mise al sicuro, non conservò per sé ciò che poteva servire ai poveri. Spogliò la propria casa, distribuì i suoi beni, provvide agli affamati, ai malati, agli abbandonati. Aveva ricevuto molto: nome, autorità, ricchezze, ministero episcopale. Ma non trattenne quei doni come proprietà privata: li trasformò in offerta. Dopo la Comunione, anche noi dobbiamo chiederci: che cosa della mia sostanza può diventare primizia per Dio? Non solo denaro, ma tempo, energie, competenze, attenzione, carità concreta. Cristo non ci chiede gli avanzi della vita, ma il meglio.
Lasciamoci aprire da Cristo. Apri, Signore, le mie orecchie: perché io ascolti la tua parola prima delle mie impressioni, la tua legge prima delle mie voglie, la tua voce prima del rumore del mondo. Apri la mia lingua: perché io smetta di usarla per lamentarmi, giudicare, ferire, perdere tempo, e cominci a usarla per lodare, confessare, incoraggiare, correggere con carità, testimoniare la fede.
Questa settimana facciamo tre atti concreti.
Primo: ascoltiamo davvero una parola di Dio, ogni giorno, anche breve, ma in silenzio, lasciandola entrare.
Secondo: diciamo una parola cristiana che normalmente taceremmo per rispetto umano: una benedizione, un invito alla Messa, una correzione dolce, una testimonianza semplice.
Terzo: offriamo una primizia, non uno scarto: un tempo buono per la preghiera, una carità fatta subito, una rinuncia che costa, una parte concreta dei nostri beni per Dio o per un povero.
Cristo passa ancora e dice: “Apriti”. Non restiamo chiusi dall’interno. Non lasciamo che la sua parola scivoli fuori dalla porta. Se egli apre, nessuna sordità è invincibile; se egli scioglie la lingua, nessun mutismo è definitivo; se egli è risorto, anche la nostra carne rifiorirà. Domandiamogli ciò che la Colletta ha osato chiedere: perdona ciò che la coscienza teme, aggiungi ciò che la preghiera non osa, dà forza e coraggio al tuo popolo, e fa’ che, aperti dalla tua grazia, possiamo ascoltare, lodare e offrirti il meglio della nostra vita.
©️ - Amicitia Liturgica

