VII Domenica dopo Pentecoste
Non foglie, ma frutti
Ci sono alberi che ingannano da lontano. Hanno foglie grandi, rami larghi, ombra abbondante. Sembrano vivi, forti, promettenti. Ma quando arriva il tempo del raccolto, non danno nulla. Solo foglie. Solo apparenza. Ma quando arriva il tempo del raccolto, l’inganno cade: la verità dell’albero non si misura dalle foglie che mostra, ma dai frutti che porta.
Così è anche la vita cristiana. Si può avere un’apparenza religiosa, parole devote, abitudini rispettabili, persino una certa reputazione di bontà; ma alla fine il Signore cerca il frutto. Non le foglie, ma il frutto. Non soltanto ciò che sembriamo, ma ciò che diventiamo. Non soltanto ciò che diciamo a Dio, ma ciò che la grazia produce realmente nella nostra vita.
La Messa di questa VII Domenica dopo Pentecoste è tutta attraversata da questa domanda: quale frutto stiamo portando?
L’Introito si apre con un invito di gioia: Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis — Popoli tutti, battete le mani: acclamate Dio con voce di esultanza. Sembra quasi un canto di raccolto. La Chiesa chiama i popoli a rallegrarsi davanti a Dio, perché il Signore è grande, perché regna sulla terra, perché da lui viene ogni bene. Ma questa gioia non è superficiale. È la gioia della messe: Dio ha seminato la sua grazia e attende il frutto. Ha lavorato la terra della nostra anima; ha irrigato con i sacramenti; ha illuminato con la sua parola; ha potato con le prove. Ora domanda che la vita cristiana maturi.
Per questo la Colletta ci fa pregare così: Deus, cujus providéntia in sui dispositióne non fállitur: te súpplices exorámus; ut nóxia cuncta submóveas, et ómnia nobis profutúra concédas — O Dio, la cui provvidenza non si inganna nelle sue disposizioni: ti supplichiamo di allontanare tutto ciò che è nocivo e di concederci tutto ciò che ci giova. È la preghiera dell’albero che vuole portare frutto. Signore, togli ciò che impedisce. Togli il peccato, la doppiezza, la pigrizia, l’orgoglio, la falsa sicurezza. E concedi ciò che fa maturare: fede, timore santo, perseveranza, umiltà, carità concreta.
San Paolo, nell’Epistola, parla proprio di frutto. Dice ai cristiani che un tempo avevano servito il peccato, e da quel servizio avevano raccolto vergogna e morte. Ora, liberati dal peccato e divenuti servi di Dio, devono avere come frutto la santificazione e come fine la vita eterna. Il peccato non è mai sterile: produce qualcosa, ma produce morte. Anche la grazia produce qualcosa: non emozioni passeggere, non buone intenzioni soltanto, ma santità.
Ecco perché non basta dire: “Sono cristiano”. Bisogna domandarsi: che cosa sta crescendo in me? Cresce la pazienza o cresce l’irritazione? Cresce la purezza o cresce il cedimento? Cresce la carità o cresce il giudizio? Cresce il servizio di Dio o cresce l’amore di me stesso?
Il Graduale allora fa parlare Cristo come maestro dolce e fermo: Veníte, fílii, audíte me: timórem Dómini docébo vos — Venite, figli, ascoltatemi: vi insegnerò il timore del Signore. Il frutto nasce dall’ascolto. Un’anima che non ascolta Cristo diventa presto un albero selvatico. Il timore del Signore non è paura servile; è il rispetto amoroso del figlio che non vuole dispiacere al Padre. È quella delicatezza interiore che ci fa dire: questa parola non la dico, perché ferirebbe Dio; questa scelta non la faccio, perché spegnerebbe la grazia; questa occasione la evito, perché conosco la mia debolezza.
Sant’Antonio abate comprese così la parola ascoltata. Entrò in chiesa e udì il Vangelo del giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Non disse: “Bella frase”. Non la lasciò cadere come una parola qualunque. La ricevette come detta a lui, uscì e diede i suoi beni ai poveri. Un frutto vero nasce sempre così: quando la parola di Dio smette di essere commentata e comincia a essere obbedita.
Il versetto del Graduale continua: Accédite ad eum, et illuminámini: et fácies vestræ non confundéntur — Avvicinatevi a lui e sarete illuminati, e i vostri volti non saranno confusi. Avvicinarsi a Cristo illumina. Non tutto si capisce da lontano. Da lontano il peccato sembra vantaggioso, la mediocrità sembra prudente, la santità sembra eccessiva. Ma quando ci si avvicina a Cristo, il giudizio cambia: si vede ciò che prima non si vedeva, si desidera ciò che prima sembrava troppo alto, si comprende che il vero fallimento non è perdere qualcosa nel mondo, ma non portare frutto davanti a Dio.
L’Alleluia riprende la gioia dell’Introito: Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis — Popoli tutti, battete le mani: acclamate Dio con voce di esultanza. Dopo aver ascoltato Cristo che insegna il timore del Signore, la Chiesa torna a cantare. Perché la legge di Dio non rattrista il cuore: lo libera. La potatura fa male al ramo, ma prepara il frutto. L’obbedienza costa, ma apre alla gioia. Il timore santo non spegne la vita; la rende feconda.
A questo punto il Vangelo pronuncia la parola decisiva: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete”. E poi: “Ogni albero buono produce frutti buoni, e ogni albero cattivo produce frutti cattivi. Ogni albero che non produce buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco”. Il Signore non ci permette di rifugiarci nelle apparenze. Non dice: li riconoscerete dalle parole, dai gesti solenni, dall’impressione che fanno, ma dai frutti.
San Giovanni Crisostomo, commentando questo passo, osserva che Cristo non comanda subito di punire i falsi profeti, ma di guardarli dai frutti. È una grande sapienza: il tempo rivela ciò che le parole nascondono. La vita smaschera ciò che la bocca riveste. Prima o poi si vede se una radice è sana.
E questo vale anche per noi. Non basta dire: “Signore, Signore”. Il Vangelo aggiunge che entrerà nel regno dei cieli chi fa la volontà del Padre. Non chi la ammira, non chi la conosce soltanto, non chi la predica agli altri, ma chi la compie. Il cristiano non sarà giudicato dalle sue foglie, ma dai suoi frutti.
All’Offertorio la Chiesa prende sulle labbra la preghiera di Azaria nella fornace: Sicut in holocáusto aríetum et taurórum, et sicut in míllibus agnórum pínguium: sic fiat sacrifícium nostrum in conspéctu tuo hódie, ut pláceat tibi: quia non est confúsio confidéntibus in te, Dómine — Come un olocausto di arieti e di tori, e come migliaia di agnelli pingui, così sia oggi il nostro sacrificio alla tua presenza, affinché ti piaccia: poiché non vi è confusione per coloro che confidano in te, o Signore. Qui il frutto diventa offerta. La santità non è un ornamento privato; è il sacrificio vivo della nostra esistenza.
Sant’Ignazio di Antiochia, andando verso il martirio, scriveva ai cristiani di Roma di essere frumento di Dio e di desiderare di essere macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. È una parola tremenda e luminosa. Il frutto maturo non trattiene se stesso: si lascia offrire. Non tutti saranno chiamati al martirio di sangue, ma ogni cristiano deve diventare offerta: nel dovere compiuto, nella fedeltà nascosta, nella rinuncia al peccato, nella pazienza che non si vede, nella carità che costa.
Alla Comunione la supplica si fa semplice e urgente: Inclína aurem tuam, accélera ut éruas me — Inclina il tuo orecchio, affrettati a liberarmi. Dopo aver ascoltato la parola sul frutto, dopo aver visto il sacrificio salire all’altare, l’anima capisce che da sola non può maturare. In questo periodo gli olivicoltori temono la cosiddetta mosca dell’olivo (Bactrocera oleae). La femmina depone l’uovo nell’oliva; la larva nasce all’interno e scava gallerie nella polpa, danneggiando il frutto dall’interno. Ci sono insetti spirituali che rodono il frutto dall’interno: abitudini cattive, pensieri custoditi, occasioni non tagliate, compromessi accettati, tiepidezza diventata normale. Per questo, proprio dopo aver ricevuto Cristo, la Chiesa domanda: liberami. Liberami da ciò che impedisce alla tua grazia di arrivare a maturazione.
San Benedetto morì così: dopo aver ricevuto il Corpo e il Sangue del Signore, si fece sostenere dai discepoli, stette in piedi con le mani alzate verso il cielo e rese l’anima a Dio pregando. Una vita intera aveva portato frutto: la Regola, monasteri, discepoli, conversione, preghiera. Ma il frutto ultimo fu questo: morire come un’offerta, sostenuto dall’Eucaristia, rivolto al cielo. È l’immagine di una vita cristiana riuscita: non una vita senza fatica, ma una vita maturata fino a diventare dono.
I Padri del deserto dicevano che i santi sono come alberi diversi, ciascuno con un frutto proprio, ma irrigati dalla stessa acqua. Così è nella Chiesa. Non tutti porteranno lo stesso frutto: uno nella famiglia, uno nel sacerdozio, uno nel silenzio, uno nella sofferenza, uno nel lavoro, uno nell’apostolato. Ma tutti devono portare frutto. Nessuno è chiamato a essere soltanto foglia.
E allora scegliamo un frutto, non dieci intenzioni vaghe. Un frutto concreto da portare questa settimana. Se il nostro albero è la lingua, il frutto sia una parola trattenuta e una parola buona detta al momento giusto. Se il nostro albero è il dovere, il frutto sia un lavoro compiuto senza lamento. Se il nostro albero è la purezza, il frutto sia un’occasione tagliata subito. Se il nostro albero è la preghiera, il frutto sia un tempo fisso dato a Dio e non rubato da altro. Se il nostro albero è la carità, il frutto sia un gesto reale verso una persona concreta, non un sentimento generico verso l’umanità.
Non usciamo da questa Messa con le sole foglie. Non accontentiamoci di essere alberi dall’apparenza cristiana. La grazia è stata seminata; la parola è stata ascoltata; Cristo si è offerto; Cristo si dona nella Comunione. Ora il Padre cerca il frutto.
Chiediamogli dunque: Signore, togli ciò che è nocivo, concedi ciò che mi giova, insegnami il tuo santo timore, liberami da ciò che rende sterile la mia vita. Fa’ che io non sia cristiano soltanto di nome, ma ramo vivo, albero buono, anima feconda. E quando verrà il tempo del raccolto, fa’ che tu possa trovare in me non foglie vuote, ma il frutto maturo della santità.
©️ - Amicitia Liturgica

