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VI Domenica dopo Pentecoste

Il Pane che fa vivere da risorti

C’è una fame che il pane non sazia. Si può avere la tavola piena e il cuore vuoto; si può avere tutto il necessario per vivere e tuttavia non sapere più per che cosa vivere. L’uomo moderno conosce bene questa fame: fame di senso, di pace, di stabilità, di una vita che non sia soltanto consumare giorni, riempire impegni, inseguire desideri e poi restare interiormente stanchi. Il Signore, nel Vangelo di oggi, vede proprio questa fame: una folla che lo segue da tre giorni e non ha più da mangiare. Ma il miracolo della moltiplicazione dei pani non è soltanto un gesto di misericordia materiale; è il segno di un pane più grande, di una vita più profonda, di un’unione con Cristo che deve nutrire l’uomo dall’interno.

L’Introito apre la Messa con una certezza: Dóminus fortitúdo plebis suæ, et protéctor salutárium Christi sui est: salvum fac pópulum tuum, Dómine, et bénedic hereditáti tuæ, et rege eos usque in sæculum — Il Signore è la forza del suo popolo e il protettore che salva il suo Cristo: salva il tuo popolo, o Signore, benedici la tua eredità e guidala per sempre. La Chiesa non parte guardando alla nostra debolezza, ma alla forza di Dio. Noi siamo un popolo, siamo l’eredità del Signore, siamo membra di Cristo. Non siamo individui isolati che cercano da soli di salvarsi: siamo stati inseriti in Cristo, protetti in Cristo, guidati in Cristo.

Per questo la Colletta chiede: Deus virtútum, cujus est totum quod est óptimum: ínsere pectóribus nostris amórem tui nóminis — O Dio delle virtù, al quale appartiene tutto ciò che è ottimo: inserisci nei nostri cuori l’amore del tuo nome. La parola è forte: inserisci. Non si tratta di aggiungere un ornamento religioso alla vita di sempre. Si tratta di innestare nel cuore una vita nuova, l’amore stesso con cui Cristo ama il Padre. Il cristianesimo non è una morale esterna; è una trasformazione interiore. Non basta appartenere a Cristo di nome: bisogna vivere della sua vita.

San Paolo lo dice nell’Epistola con parole decisive: Noi tutti che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. E ancora:  Siamo stati sepolti con lui mediante il Battesimo nella morte, affinché, come Cristo è risorto dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in una vita nuova. Il Battesimo non è soltanto un ricordo d’infanzia, una data scritta su un certificato, un rito familiare. È una sepoltura e una nascita. In esso l’uomo vecchio è stato consegnato alla morte di Cristo, perché un uomo nuovo potesse cominciare a vivere.

San Cirillo di Gerusalemme, spiegando il Battesimo ai neofiti, dice che il battezzato partecipa sacramentalmente alla sepoltura e alla risurrezione del Signore. Non è una semplice imitazione morale: è una vera partecipazione al mistero di Cristo. E questa verità si vede nella vita dei santi. Sant’Agostino, dopo anni di inquietudine, di ricerca e di schiavitù interiore, ricevette il Battesimo a Milano dalle mani di sant’Ambrogio, nella notte di Pasqua del 387, insieme ad Alipio e al figlio Adeodato. Non fu semplicemente l’arrivo a una dottrina convincente; fu l’inizio di una vita nuova. Il retore inquieto, l’uomo diviso, l’anima stanca di se stessa, uscì dalle acque battesimali come uno che non apparteneva più al passato, ma a Cristo.

Subito dopo l’Epistola, il Graduale diventa supplica: Convértere, Dómine, aliquántulum, et deprecáre super servos tuos — Volgiti, o Signore, ancora verso di noi, e sii propizio ai tuoi servi. È la preghiera di chi sa che il Battesimo è stato ricevuto, ma non sempre vissuto. Siamo stati sepolti con Cristo, e tuttavia quante volte lasciamo riaffiorare l’uomo vecchio: l’orgoglio, l’impurità, l’ira, la pigrizia spirituale, la superficialità, l’amore disordinato di noi stessi. Allora la Chiesa non dispera, ma prega: Signore, volgiti ancora; non permettere che io esca dalla tua morte per tornare alla mia vecchia vita.

L’Alleluia riprende la stessa fiducia: In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me, et éripe me: inclína ad me aurem tuam, accélera ut erípias me — In te, o Signore, ho sperato, non sarò confuso in eterno: nella tua giustizia liberami e salvami; piega verso di me il tuo orecchio, affrettati a liberarmi. La liberazione che chiediamo non è solo dai mali esterni; è da tutto ciò che impedisce alla vita di Cristo di crescere in noi. Essere cristiani significa lasciarsi liberare continuamente da ciò che contraddice il nostro Battesimo.

Ed ecco il Vangelo. Misereor super turbam — Ho compassione della folla. Cristo vede uomini affamati e non li rimanda via. Prende sette pani, rende grazie, li spezza, li dà ai discepoli, e tutti mangiano a sazietà. Ma quel pane guarda più lontano. È annuncio dell’Eucaristia. Il Signore non vuole soltanto che l’uomo sopravviva; vuole che viva di Lui. Il Battesimo ci incorpora a Cristo; l’Eucaristia nutre questa incorporazione, la rafforza, la custodisce, la fa crescere.

San Tarcisio lo comprese fino al sangue. Secondo l’antica testimonianza dell’epigramma di papa Damaso, portava con sé il Corpo del Signore e preferì morire piuttosto che consegnare l’Eucaristia alla profanazione. Non difendeva un simbolo vuoto, ma il Pane vivo, il Sacramento della presenza reale di Cristo, il tesoro che nutre la Chiesa. Il suo martirio ci ricorda che l’Eucaristia non è una devozione tra le altre: è Cristo stesso dato come cibo.

Per questo sant’Agostino potrà dire ai fedeli, parlando dell’Eucaristia: “Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete”. Riceviamo il Corpo di Cristo per diventare sempre più Corpo di Cristo. Non ci accostiamo alla Comunione per restare uguali, ma per essere trasformati. Chi riceve il Pane vivo deve lasciarsi assimilare da Colui che riceve.

All’Offertorio la Chiesa prega: Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine — Rendi perfetti i miei passi nei tuoi sentieri, perché non vacillino le mie orme: piega il tuo orecchio e ascolta le mie parole; rendi mirabili le tue misericordie, tu che salvi coloro che sperano in te, o Signore. Dopo aver ascoltato il mistero del Battesimo e visto il pane moltiplicato, l’anima capisce che deve offrirsi. Non basta essere nutriti: bisogna camminare. Non basta ricevere Cristo: bisogna lasciare che Cristo renda saldi i nostri passi.

E alla Comunione il canto diventa gioia: Circuíbo, et immolábo in tabernáculo ejus hóstiam jubilatiónis: cantábo, et psalmum dicam Dómino — Girando attorno all’altare, immolerò nel suo tabernacolo un’ostia di esultanza: canterò e dirò un salmo al Signore. L’anima nutrita da Cristo non offre più soltanto cose: offre se stessa. L’ostia di gioia è la vita trasformata, la volontà consegnata, il peccato rifiutato, la fedeltà quotidiana. La Comunione non termina quando lasciamo la balaustra o il banco; comincia lì la sua verifica. Cristo ricevuto deve diventare pazienza, purezza, obbedienza, carità, fortezza, perseveranza.

Perciò questa domenica ci chiede una decisione concreta. Ricordiamo il nostro Battesimo non come un fatto lontano, ma come una legge viva della nostra esistenza. Domandiamoci: che cosa in me appartiene ancora all’uomo vecchio? Quale peccato continuo a trattare come inevitabile? Quale abitudine impedisce alla vita di Cristo di crescere? Quale fame sto cercando di saziare con pani che non nutrono?

E poi accostiamoci all’Eucaristia con più fede. Non per abitudine. Non distratti. Non come chi riceve qualcosa e poi torna alla vita di prima. Andiamo a Cristo affamati di Lui, e usciamo decisi a camminare in novità di vita. Se Cristo è la forza del suo popolo, allora non siamo condannati alla mediocrità. Se siamo stati sepolti con Lui, non dobbiamo vivere come schiavi del peccato. Se Egli ci nutre con il suo Corpo, non possiamo restare vuoti.

 

Chiediamogli oggi: Signore, inserisci davvero nel mio cuore l’amore del tuo nome; fa’ morire ciò che in me non è tuo; nutri ciò che tu hai iniziato; custodisci ciò che hai nutrito; e rendi la mia vita un’ostia di gioia davanti a te.

©️ - Amicitia Liturgica

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