XVI Domenica dopo Pentecoste
Guariti dalla misericordia,
liberati dalla superbia
Nel 1591 Roma fu colpita dalla peste. San Luigi Gonzaga era giovane, fragile di salute, ancora studente gesuita. I superiori avrebbero voluto risparmiargli il contatto più pericoloso con gli ammalati, ma egli non riusciva a vedere un uomo sofferente come un problema da evitare. Un giorno trovò per strada un appestato abbandonato. Lo prese sulle spalle e lo portò all’ospedale. Quel gesto di misericordia gli costò la vita: si ammalò e morì a ventitré anni.
San Luigi non fece un ragionamento complicato. Vide un uomo nel bisogno e si chinò. È proprio ciò che il Vangelo di oggi mette davanti ai nostri occhi: Cristo entra nella casa di un fariseo, vede un malato, un idropico, e lo guarisce in giorno di sabato. Gli altri guardano la regola come una barriera; Gesù guarda l’uomo come una miseria da salvare. Là dove la durezza calcola, la misericordia si china.
L’Introito ci mette subito sulle labbra questa supplica: Miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die: quia tu, Dómine, suávis ac mitis es, et copiósus in misericórdia ómnibus invocántibus te — Abbi pietà di me, Signore, perché verso di te ho gridato tutto il giorno; poiché tu, Signore, sei soave e mite e ricco di misericordia per tutti coloro che ti invocano. La Chiesa non comincia vantando i propri meriti, ma invocando misericordia. Sa di essere povera, ferita, bisognosa; ma sa anche a chi rivolgersi: a un Dio soave, mite, ricco di misericordia.
Il Salmo aggiunge: Inclína, Dómine, aurem tuam et exáudi me: quóniam inops et pauper sum ego — Inclina, Signore, il tuo orecchio ed esaudiscimi, perché misero e povero io sono. Questa è la vera posizione dell’anima davanti a Dio: non il primo posto, ma il posto del povero; non l’esibizione, ma la supplica; non il diritto preteso, ma la misericordia ricevuta.
La Colletta chiede che la grazia di Dio ci preceda e ci accompagni sempre: Tua nos, quǽsumus, Dómine, grátia semper et prævéniat et sequátur: ac bonis opéribus júgiter præstet esse inténtos — La tua grazia, o Signore, te ne preghiamo, sempre ci prevenga e ci accompagni, e ci renda continuamente intenti alle buone opere. Nessuno fa veramente il bene da solo. La grazia ci previene: viene prima dei nostri propositi, prima dei nostri meriti, prima delle nostre opere. E la grazia ci accompagna: sostiene ciò che iniziamo, purifica le intenzioni, ci rende perseveranti.
San Paolo, nell’Epistola, prega perché siamo rafforzati nell’uomo interiore, perché Cristo abiti nei nostri cuori mediante la fede, e perché possiamo comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo, che supera ogni conoscenza. Non basta sapere che Dio è misericordioso. Bisogna entrare, per grazia, nel mistero di questo amore. Bisogna lasciarsene misurare e superare.
Santa Margherita Maria Alacoque fu condotta proprio dentro questo mistero. A Paray-le-Monial il Signore le manifestò il suo Cuore, acceso d’amore per gli uomini e ferito dall’indifferenza. Il Cuore di Cristo non è un’immagine sentimentale: è il segno vivo di quella larghezza, lunghezza, altezza e profondità di cui parla san Paolo. È un amore che previene, cerca, perdona, guarisce; un amore che non si stanca neppure davanti alla freddezza degli uomini.
Il Graduale canta la gloria di Dio che edifica Sion: Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam — Le genti temeranno il tuo nome, o Signore, e tutti i re della terra la tua gloria. E il versetto aggiunge: Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua — Poiché il Signore ha edificato Sion e apparirà nella sua maestà. La misericordia di Dio non è debolezza. È potenza che ricostruisce. Dove il peccato gonfia, corrompe e divide, la misericordia edifica. Dove l’uomo innalza se stesso, Dio costruisce la sua città.
L’Alleluia invita alla lode: Cantáte Dómino cánticum novum: quia mirabília fecit Dóminus — Cantate al Signore un cantico nuovo, perché meraviglie ha fatto il Signore. Il miracolo del Vangelo sarà una di queste meraviglie. Ma la meraviglia più grande è sempre la stessa: Dio non resta lontano dalla nostra miseria. Cristo vede, tocca, guarisce, rialza. La misericordia mette sulle labbra della Chiesa un cantico nuovo.
Ed ecco il Vangelo. Gesù entra di sabato nella casa di uno dei capi dei farisei per prendere cibo, e tutti lo osservano. Davanti a lui c’è un uomo idropico. Il suo corpo è gonfio, appesantito dall’acqua. Ma attorno a lui ci sono altri uomini malati in modo più nascosto: non gonfi nel corpo, ma gonfi d’orgoglio, di sospetto, di rigidità, di desiderio dei primi posti.
Gesù domanda: “È lecito guarire di sabato?”. Essi tacciono. Allora prende il malato, lo guarisce e lo congeda. Poi aggiunge: se a uno di voi cade nel pozzo un asino o un bue, non lo tirerà fuori subito, anche in giorno di sabato? Essi non sanno rispondere.
Qui appare la misericordia prima del sacrificio. Non contro la legge di Dio, ma contro la durezza dell’uomo che usa la legge per non amare. Gesù non abolisce il sabato: lo compie. Mostra che il giorno di Dio è il giorno in cui l’uomo viene rialzato. La vera religione non passa accanto al dolore con la scusa della regola; la vera religione lascia che la regola sia animata dalla carità.
San Martino de Porres visse così. A Lima, nel convento domenicano, scelse i servizi più umili: pulire, curare, servire i poveri e gli ammalati. La gente lo chiamava “Martino della carità”. Non cercava il primo posto, e proprio per questo vedeva quelli che gli altri non vedevano. La misericordia ha occhi bassi: non guarda dall’alto, ma da vicino.
Nel Vangelo, infatti, Gesù passa subito dalla guarigione all’umiltà. Vede che gli invitati scelgono i primi posti e dice: quando sei invitato, non metterti al primo posto; va’ piuttosto all’ultimo. Perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.
È la stessa malattia dell’idropico, ma nell’anima. L’idropico è gonfio nel corpo; il superbo è gonfio di sé. Vuole essere visto, riconosciuto, preferito. Occupa spazio. Vuole salire. Ma il Regno di Dio ha un movimento opposto: si entra scendendo. Cristo stesso, che è il primo, ha scelto l’ultimo posto: la mangiatoia, Nazareth, la Croce, l’Eucaristia.
San Charles de Foucauld lo comprese dopo la sua conversione. Aveva conosciuto ambizioni, viaggi, prestigio umano. Poi scoprì Gesù di Nazareth e volle seguirlo nella vita nascosta, povera, silenziosa. Cercò l’ultimo posto non per disprezzare la vita, ma perché lì aveva trovato il suo Signore. Quando l’uomo smette di cercare il proprio posto d’onore, può finalmente trovare il posto vicino a Cristo.
All’Offertorio la Chiesa prega: Dómine, in auxílium meum réspice: confundántur et revereántur qui quærunt ánimam meam ut áuferant eam: Dómine, in auxílium meum réspice — Signore, prenditi cura di soccorrermi; siano confusi e tenuti in rispetto coloro che cercano la mia anima per perderla; Signore, prenditi cura di soccorrermi. È una preghiera piena di pace. L’anima sa di avere nemici: fuori e dentro. Ma non si agita. Si affida. Chiede soccorso e riposa nella misericordia.
La Comunione conclude con una preghiera di memoria e perseveranza: Dómine, memorábor justítiæ tuæ solíus: Deus, docuísti me a juventúte mea: et usque in senéctam et sénium, Deus, ne derelínquas me — Signore, mi ricorderò della tua sola giustizia; o Dio, tu mi hai istruito fin dalla mia giovinezza; e fino alla mia vecchiaia e alla mia estrema vecchiaia, o Dio, non abbandonarmi. Dopo aver ricevuto Cristo, l’anima riconosce una storia di misericordia. Dio l’ha istruita fin dalla giovinezza, l’ha sostenuta negli anni, e ancora essa domanda: non abbandonarmi.
Allora guardiamo se in noi c’è l’idropisia dell’anima: quell’essere gonfi di noi stessi, delle nostre ragioni, del nostro posto, del nostro giudizio, dei nostri meriti. Guardiamo se usiamo talvolta la legge, la prudenza, l’ordine, persino la religione, per non amare davvero. Guardiamo se sappiamo vedere il malato davanti a noi, oppure soltanto il fastidio che ci procura.
Questa settimana facciamo tre atti concreti. Primo: un’opera di misericordia fatta subito, senza rimandare, verso una persona malata, sola, pesante o scomoda. Secondo: un atto di umiltà nascosto: scegliere l’ultimo posto, tacere una vanteria, non difendere la propria importanza, lasciare spazio a un altro. Terzo: una preghiera fiduciosa davanti alla nostra miseria: “Signore, abbi pietà di me, perché sono povero; non abbandonarmi”.
San Luigi Gonzaga caricò sulle spalle un appestato. Santa Margherita Maria contemplò il Cuore ferito dall’indifferenza degli uomini. San Martino de Porres servì i poveri nei lavori più umili. San Charles de Foucauld cercò Gesù nell’ultimo posto. Tutti hanno capito qualcosa del Vangelo: la misericordia scende, guarisce e non cerca il primo posto.
Chiediamo al Signore questa grazia: che la sua misericordia ci prevenga e ci accompagni; che il suo amore abiti nei nostri cuori; che ci guarisca dal gonfiore della superbia; che ci insegni a scegliere il posto più basso; e che, dopo averci istruiti fin dalla giovinezza, non ci abbandoni fino alla vecchiaia e alla vita eterna.
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