X Domenica dopo Pentecoste
Davanti a Dio, non davanti al proprio ritratto
San Filippo Neri aveva una paura santa: non quella di essere disprezzato, ma quella di essere ammirato troppo. Sapeva che gli uomini, quando cominciano a essere lodati, corrono un pericolo sottile: possono trasformare persino le grazie di Dio in un piedistallo per se stessi. Per questo, quando vedeva crescere attorno a sé la fama di santità, faceva talvolta gesti strani: si presentava in modo ridicolo, diceva una battuta, spezzava l’ammirazione altrui prima che diventasse veleno per la sua anima. Non voleva sembrare grande. Voleva restare piccolo davanti a Dio.
La Messa di oggi ci mette davanti proprio questo: il pericolo di attribuirci il bene che non viene da noi. L’Epistola insegna che tutto ciò che vi è di veramente buono nell’anima viene dallo Spirito Santo; il Vangelo mostra due uomini che salgono al Tempio: uno pieno di sé e torna vuoto; l’altro vuoto di sé e torna giustificato.
L’Introito comincia con una memoria di fiducia: Cum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his qui appropínquant mihi: — *Mentre invocavo il Signore, egli udì la mia voce da coloro che mi si avvicinavano. È la voce di un’anima che ha imparato a non appoggiarsi su se stessa. Ha avuto nemici, inquietudini, pensieri pesanti; ma ha scoperto che Dio ascolta, custodisce, sostiene. Il fariseo del Vangelo non getta il proprio pensiero sul Signore: lo tiene in mano, lo misura, lo contempla, lo trasforma in vanto. Il pubblicano invece non ha nulla da esibire: getta tutto su Dio, anche la propria miseria.
La Colletta chiede la grazia di correre verso i beni promessi: Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: ... — O Dio, che manifesti soprattutto la tua onnipotenza perdonando e usando misericordia: moltiplica sopra di noi la tua misericordia, affinché, correndo verso i tuoi beni promessi, tu ci renda partecipi dei beni celesti. Dio manifesta la sua onnipotenza non schiacciando, ma perdonando; non umiliando il peccatore pentito, ma rialzandolo. Ma verso quei beni non si corre con le gambe dell’orgoglio. Si corre lasciandosi guidare dallo Spirito, che rende docile l’anima e le insegna a ricevere tutto come dono.
San Paolo, nell’Epistola, ricorda ai Corinzi che vi sono diversità di doni, ma uno solo è lo Spirito; diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. Poi aggiunge che a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l’utilità comune. Ecco la parola decisiva: per l’utilità comune. Il dono ricevuto non è uno specchio nel quale ammirarsi; è uno strumento per servire. La scienza, la parola, la generosità, l’autorità, la capacità di organizzare, di pregare, di consigliare, di consolare: tutto è dono, e tutto deve tornare a Dio passando attraverso il bene del prossimo.
San Tommaso d’Aquino aveva ricevuto un’intelligenza immensa, una capacità unica di ordinare il pensiero e servire la fede. Eppure, verso la fine della vita, dopo un’esperienza profonda di Dio durante la Messa, disse al suo fedele Reginaldo che tutto ciò che aveva scritto gli sembrava paglia. Non disprezzava i doni ricevuti; li rimetteva al loro posto. Davanti a Dio, anche la più alta sapienza resta dono, servizio, umile riflesso. Il santo non dice: guarda ciò che ho fatto. Dice: guarda ciò che Dio ha fatto, e quanto Dio supera tutto ciò che io posso dire.
Dopo l’Epistola, il Graduale diventa supplica: Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me — Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi all’ombra delle tue ali. Chi ha capito che tutto viene dallo Spirito non si fida più di se stesso. Sa di essere fragile. Sa che l’orgoglio può entrare anche nelle cose sante. Sa che si può servire Dio e intanto cercare se stessi. Per questo chiede: custodiscimi come la pupilla dell’occhio. Tienimi sotto le tue ali. Non lasciarmi nelle mie mani.
Il versetto aggiunge: De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem — Dal tuo volto proceda la mia giustificazione: i tuoi occhi vedano l’equità. Non è lo sguardo degli uomini che giustifica. Non è l’approvazione degli altri. Non è la stima che riceviamo. Il fariseo si guarda e si assolve; il pubblicano si lascia guardare da Dio e viene giustificato.
L’Alleluia scioglie allora la lode: Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi reddétur votum in Jerúsalem — A te si addice l’inno, o Dio, in Sion; e a te sarà sciolto il voto in Gerusalemme. Quando l’anima smette di cantare se stessa, può finalmente cantare Dio. La lode vera nasce dall’umiltà. Finché il cuore vuole essere visto, anche la preghiera diventa teatro; quando invece il cuore si abbassa, allora Dio prende tutto lo spazio.
Ed ecco il Vangelo. Due uomini salgono al Tempio a pregare. Il fariseo sta in piedi e dice a Dio ciò che fa: digiuna, paga le decime, non è come gli altri uomini. Ma in realtà non sta parlando con Dio; sta celebrando se stesso davanti a Dio. Il pubblicano, invece, sta lontano, non osa alzare gli occhi al cielo, si batte il petto e dice soltanto: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. E Gesù conclude: “Questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro; perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Sant’Agostino riassume il dramma con una parola tremenda: due amori fanno due città, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e l’amore di Dio fino al disprezzo di sé. Il fariseo appartiene alla prima città: non perché digiuni o paghi le decime, ma perché ama se stesso anche mentre prega. Il pubblicano comincia a entrare nella seconda: non perché il suo peccato sia piccolo, ma perché non lo difende, non lo abbellisce, non lo confronta con quello degli altri. Lo porta davanti a Dio e domanda misericordia.
Nei Padri del deserto si racconta di san Macario il Grande che fu falsamente accusato da una giovane donna. Fu insultato, percosso, disprezzato come ipocrita. E invece di gridare subito la propria innocenza, sopportò l’umiliazione e lavorò per aiutare colei che lo accusava. Quando la verità venne alla luce, egli fuggì dagli elogi come prima aveva sopportato gli insulti. Questa è umiltà vera: non cercare la propria immagine, né quando è calpestata né quando è innalzata. Il fariseo viveva davanti al proprio ritratto; il santo vive davanti a Dio.
All’Offertorio la Chiesa prende la voce dell’anima umile: Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: — A te, o Signore, ho innalzato l’anima mia. È la preghiera del pubblicano trasportata all’altare. Non porta titoli, meriti, confronti, giustificazioni. Porta l’anima. La innalza a Dio e dice: in te confido.
Questo è l’Offertorio cristiano: non offrire a Dio la nostra maschera migliore, ma noi stessi. Non il fariseo lucidato, ma il pubblicano vero. Non l’elenco di ciò che ci rende superiori, ma il cuore che desidera essere guarito. All’altare non dobbiamo presentarci per essere ammirati; dobbiamo presentarci per essere trasformati.
La Comunione conclude con il Miserere: Acceptábis sacrifícium justítiæ, oblatiónes et holocáusta super altáre tuum, Dómine — Accetterai il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare, o Signore. Dopo la preghiera umile, dopo l’offerta dell’anima, Dio può accettare il sacrificio. L’anima giustificata diventa finalmente offerta gradita. Non perché abbia prodotto da sola qualcosa di puro, ma perché Cristo l’ha presa, purificata, unita a sé. Lo Spirito Santo, che all’inizio ci guidava, ora rende possibile l’offerta.
Abba Antonio vide le reti del nemico distese sulla terra e chiese: “Chi potrà sfuggire?”. Gli fu risposto: “L’umiltà”. Ecco il punto. L’intelligenza non basta. Le opere esteriori non bastano. La posizione religiosa non basta. Il fariseo aveva molte cose da mostrare, ma non aveva l’umiltà; il pubblicano aveva soltanto la sua miseria consegnata a Dio, e uscì giustificato.
Questa settimana smettiamo di pregare come chi presenta un curriculum a Dio. Non diciamo: Signore, guarda quanto faccio, quanto valgo, quanto sono migliore di altri. Diciamo piuttosto: Signore, mostrami ciò che ancora non vedo; abbi pietà di me peccatore; custodiscimi come la pupilla dell’occhio; coprimi all’ombra delle tue ali.
E facciamo tre atti precisi. Primo: attribuiamo a Dio un bene che spontaneamente attribuiremmo a noi stessi. Una capacità, una riuscita, una parola buona, una fedeltà: diciamo interiormente, e magari anche esteriormente, “è grazia”. Secondo: smettiamo di confrontarci con qualcuno per sentirci superiori. Il confronto del fariseo uccide la preghiera. Terzo: scegliamo un gesto nascosto di servizio, fatto senza essere visti, senza essere ringraziati, senza poterlo raccontare. È lì che l’anima impara se serve Dio o se serve la propria immagine.
San Filippo Neri temeva la fama perché conosceva il cuore umano. San Tommaso chiamò paglia la propria sapienza davanti alla grandezza di Dio. San Macario fuggì dagli elogi come da un pericolo. E noi, oggi, impariamo dal pubblicano la preghiera che salva: poche parole, ma vere; nessuna scusa, nessun confronto, nessuna maschera.
Getta il tuo pensiero sul Signore, ed egli avrà cura di te. Non portargli la tua superbia: portagli la tua miseria. Non mostrargli la tua grandezza: chiedigli il suo Spirito. Non uscire dal Tempio compiaciuto di te stesso: esci giustificato da Lui. Perché chi si esalta sarà umiliato; ma chi si umilia sarà esaltato.
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