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XIII Domenica dopo Pentecoste

Tornare a dire grazie

La conversione di san Francesco d’Assisi non cominciò con una grande predica, ma con un incontro che gli ripugnava. Nel suo Testamento egli confessa che, quando era ancora nei peccati, gli sembrava troppo amaro anche solo vedere i lebbrosi. Ne provava disgusto, istintivamente li evitava. Ma il Signore lo condusse proprio là dove egli non voleva andare: in mezzo a loro. Francesco si fermò, usò misericordia, li servì; e quando si allontanò, ciò che prima gli era amaro gli fu cambiato in dolcezza dell’anima e del corpo. Aveva incontrato una carne piagata, esclusa, umiliata; ma dentro quella miseria aveva trovato una porta aperta verso Dio. La fede viva comincia spesso così: non quando guardiamo da lontano il dolore, ma quando, per grazia, ci avviciniamo a ciò che prima fuggivamo.

La Messa di oggi ci mette davanti dieci lebbrosi. Tutti soffrono, tutti gridano, tutti vengono guariti. Ma uno solo torna indietro. Tutti ricevono il dono; uno solo riconosce il Donatore. Tutti ottengono la guarigione del corpo; uno solo ascolta da Cristo la parola più grande: “La tua fede ti ha salvato”.

L’Introito è una supplica ardente: Réspice, Dómine, in testaméntum tuum: et ánimas páuperum tuórum ne derelínquas in finem: exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam: et ne obliviscáris voces quæréntium te — Ricordati, Signore, della tua alleanza, e le anime dei tuoi poveri non abbandonarle per sempre; alzati, Signore, e difendi la tua causa, e non dimenticare la voce di coloro che ti cercano. È la preghiera dei poveri di Dio. Non presentano meriti; ricordano l’alleanza. Non dicono: guarda quanto valiamo. Dicono: guarda la tua promessa.

È già il cuore della domenica. La fede vive della promessa di Dio. Quando tutto sembra povero, ferito, escluso, come nel caso dei lebbrosi, la fede continua a dire: Signore, ricordati della tua alleanza. Non abbandonare le anime dei tuoi poveri. Non dimenticare la voce di coloro che ti cercano.

La Colletta chiede esplicitamente l’aumento delle virtù teologali: Omnípotens sempitérne Deus, da nobis fídei, spei et caritátis augméntum: et, ut mereámur ássequi quod promíttis, fac nos amáre quod præcipis — Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità; e, perché meritiamo di conseguire ciò che prometti, fa’ che amiamo ciò che comandi. Non basta conoscere ciò che Dio comanda; bisogna amarlo. Non basta sapere che Dio promette; bisogna fidarsi. Non basta essere guariti; bisogna tornare a ringraziare.

San Paolo, nell’Epistola, insegna che non è la legge a dare la vita, ma la promessa accolta nella fede. Le promesse furono fatte ad Abramo e alla sua discendenza, cioè a Cristo; e la Scrittura ha rinchiuso tutto sotto il peccato, perché la promessa fosse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo. La legge mostra la ferita, ma non la guarisce da sola. La fede invece afferra Cristo, e in Cristo riceve la vita.

 

Questa è una tentazione sottile anche per noi: trasformare la religione in un elenco di cose fatte, ma senza il cuore che crede, spera e ama. I nove lebbrosi obbediscono esteriormente: vanno a mostrarsi ai sacerdoti, come era prescritto. Ma uno solo comprende il miracolo fino in fondo. Uno solo torna. Uno solo passa dalla legge alla fede viva, dall’obbedienza ricevuta come ordine alla gratitudine che riconosce Cristo.

Il Graduale riprende il grido dell’Introito: Réspice, Dómine, in testaméntum tuum: et ánimas páuperum tuórum ne obliviscáris in finem — Ricordati, Signore, della tua alleanza, e le anime dei tuoi poveri non dimenticarle per sempre. Poi aggiunge: Exsúrge, Dómine, et júdica causam tuam: memor esto oppróbrii servórum tuórum — Alzati, Signore, e difendi la tua causa; ricordati degli obbrobri dei tuoi servi. La Chiesa sa che è duro sperare nella notte. Sa che la promessa può sembrare lontana. Sa che i poveri di Dio possono sentirsi dimenticati. Perciò insiste: ricordati, Signore.

Anche il lebbroso guarito avrebbe potuto continuare la sua strada. Aveva ottenuto ciò che voleva. Poteva dire: adesso torno alla mia vita. Invece la fede gli fa fare un cammino inverso. Prima era andato verso i sacerdoti; ora torna verso Cristo. Prima cercava la guarigione; ora cerca il Salvatore. Prima chiedeva un dono; ora si prostra davanti al Donatore.

L’Alleluia canta: Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie — Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione. È la gratitudine della Chiesa intera. Da Abramo a Cristo, da Cristo fino a noi, Dio è rifugio. Di generazione in generazione, uomini poveri, peccatori, malati, caduti, guariti, perdonati, hanno trovato rifugio in Lui. Anche noi siamo dentro questa storia. Anche noi viviamo di una promessa che non abbiamo meritato e di una misericordia che ci precede.

Ed ecco il Vangelo. Dieci lebbrosi stanno a distanza e gridano: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi”. Non possono avvicinarsi; la loro malattia li separa dagli uomini, dal culto, dalla vita comune. Gesù li vede e dice: “Andate a mostrarvi ai sacerdoti”. Mentre vanno, vengono guariti. La fede comincia proprio lì: partono prima di vedere il risultato. Obbediscono alla parola di Cristo quando la pelle è ancora malata. Si mettono in cammino fidandosi.

Ma uno solo, vedendosi guarito, torna indietro, glorificando Dio a gran voce; si getta ai piedi di Gesù e lo ringrazia. Ed era un Samaritano. Gesù domanda: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?”. Poi gli dice: “Alzati, va’; la tua fede ti ha salvato”.

La domanda di Cristo è dolorosa: “Gli altri nove dove sono?”. È una domanda che attraversa i secoli e arriva fino a noi. Dove sono quelli che hanno ricevuto la fede da bambini? Dove sono quelli che sono stati perdonati tante volte? Dove sono quelli che hanno ricevuto la Comunione per anni? Dove sono quelli che Dio ha liberato da un pericolo, da un peccato, da una rovina, da una malattia dell’anima? Molti chiedono nel bisogno; pochi tornano nella gratitudine.

Sant’Ignazio di Loyola, dopo la sua conversione, andò a Montserrat. Era ancora pieno di immagini cavalleresche, ma voleva ormai servire un altro Signore. Fece una confessione generale, lasciò la spada e il pugnale presso l’altare della Madonna, passò la notte in veglia, poi diede le sue ricche vesti a un povero e indossò l’abito del pellegrino. Era come dire: la mia vita non appartiene più a me. La gratitudine vera non si limita a una parola; consegna qualcosa. Anzi, consegna tutto.

Per questo l’Offertorio canta: In te sperávi, Dómine: dixi: Tu es Deus meus: in mánibus tuis témpora mea — In te ho sperato, Signore; ho detto: tu sei il mio Dio; nelle tue mani sono i miei anni. Sono parole perfette sulle labbra del lebbroso guarito. Cade con il volto a terra davanti a Cristo, ma in realtà sta rimettendo la vita nelle sue mani. È stato guarito; ora vuole appartenere. Ha ricevuto un tempo nuovo; ora lo riconsegna.

Anche noi dobbiamo dire così: nelle tue mani sono i miei anni. Non solo il passato con i suoi peccati. Non solo il presente con le sue urgenze. Anche il futuro, le paure, la salute, il lavoro, le persone amate, la morte. La fede non consiste nel tenere tutto sotto controllo; consiste nel mettere tutto nelle mani di Dio.

La Comunione ci porta al dono più alto: Panem de cælo dedísti nobis, Dómine, habéntem omne delectaméntum et omnem sapórem suavitátis — Un pane venuto dal cielo ci hai dato, o Signore, avente ogni diletto e tutto il sapore della soavità. La manna era figura; l’Eucaristia è la realtà. Cristo non ci dà soltanto una guarigione esteriore: ci dà se stesso. Aumenta in noi la fede, la speranza e la carità; nutre l’intelligenza con la sua luce e la volontà con la sua gioia.

San Pasquale Baylón, semplice fratello francescano, visse con un amore ardente per l’Eucaristia. Da pastore e poi da religioso, la sua vita fu segnata dall’adorazione del Santissimo Sacramento. Per questo la Chiesa lo ha venerato come patrono delle opere e dei congressi eucaristici. Non aveva grandi titoli davanti al mondo; aveva però il cuore del lebbroso tornato indietro: un cuore che sa dove si trova il Donatore e resta lì, in adorazione e gratitudine.

Non siamo forse anche noi tra i guariti che dimenticano? Ogni confessione è una lebbra dell’anima lavata. Ogni Comunione è il Pane del cielo posto sulla nostra lingua. Ogni giorno di vita è un anno messo nelle nostre mani dalla pazienza di Dio. Ogni grazia ricevuta è una promessa mantenuta. Eppure quanto poco ringraziamo. Chiediamo molto, ricordiamo poco. Corriamo da Cristo nel bisogno, ma spesso non torniamo a Lui nella riconoscenza.

Questa settimana facciamo tre atti concreti. Primo: ringraziamo ogni giorno per una grazia precisa, non in generale. Una persona, una confessione, una liberazione, una luce, una protezione, un dono ricevuto. Secondo: torniamo a Cristo dopo aver ricevuto il beneficio: una visita al Santissimo, una Comunione meglio preparata, un atto di adorazione, un ringraziamento prolungato dopo la Messa. Terzo: mettiamo nelle mani di Dio un tempo della nostra vita che tratteniamo con paura: una preoccupazione, una decisione, una malattia, un rapporto difficile, il nostro futuro.

Il lebbroso tornò indietro. Questo lo distingue dagli altri nove. Aveva capito che il dono più grande non era soltanto la pelle risanata, ma Cristo ritrovato. Per questo si sentì dire: “La tua fede ti ha salvato”.

Chiediamo allora al Signore ciò che la Colletta domanda: aumenta in noi la fede, la speranza e la carità. Fa’ che amiamo ciò che comandi. Ricordati della tua alleanza. Non abbandonare le anime dei tuoi poveri. E dopo ogni grazia ricevuta, fa’ che non fuggiamo via con il dono in mano, dimenticando il Donatore, ma torniamo ai tuoi piedi, glorificando Dio, per ascoltare anche noi la parola che vale più di ogni guarigione: la tua fede ti ha salvato.

©️ - Amicitia Liturgica

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