top of page

XIV Domenica dopo Pentecoste

Cercare prima il Regno

San Giovanni Canzio, tornando un giorno da un viaggio, fu assalito dai ladri. Gli tolsero ciò che aveva e gli domandarono se possedesse ancora qualcosa. Egli rispose di no. Ma, appena essi si furono allontanati, si ricordò di avere ancora del denaro nascosto. Allora corse dietro ai ladri e lo consegnò loro. Quelli, stupiti da tanta sincerità e da tanto distacco, gli restituirono tutto e gli chiesero perdono. Un uomo così era libero: il denaro era nelle sue mani, non nel suo cuore.

 

La Messa di oggi ci parla proprio di questa libertà. San Paolo ci mette davanti due strade: le opere della carne e i frutti dello Spirito. Il Vangelo ci mette davanti due padroni: Dio e Mammona. Non si tratta semplicemente di avere o non avere beni. Si tratta di sapere chi comanda dentro di noi.

 

L’Introito fa pregare così la Chiesa: Protéctor noster, áspice, Deus: et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super míllia — O Dio, nostro protettore, guarda, e guarda ancora il volto del tuo Cristo; poiché un solo giorno nei tuoi atri è migliore di mille. La Chiesa domanda al Padre di guardarci nel volto di Cristo. Noi valiamo perché siamo uniti a Lui. E subito aggiunge che un solo giorno negli atri di Dio vale più di mille altrove. Ecco il primo colpo dato a Mammona: se un giorno con Dio vale più di mille senza Dio, allora non tutto si misura col guadagno, col successo, col possesso, con la sicurezza materiale.

 

La Colletta chiede che la misericordia di Dio custodisca e governi la Chiesa: Custódi, Dómine, quǽsumus, Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxiliis et abstrahátur a nóxiis, et ad salutária dirigátur — Custodisci, o Signore, te ne preghiamo, la tua Chiesa con perpetua benevolenza; e poiché senza di te la mortalità umana cade, fa’ che sia sempre sottratta alle cose nocive e diretta verso quelle salutari. Senza Dio, l’uomo cade. Anche quando crede di costruire, cade; anche quando accumula, cade; anche quando si sente prudente, cade. Per questo abbiamo bisogno di essere sottratti a ciò che nuoce e condotti verso ciò che salva.

 

Nell’Epistola san Paolo è netto: la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne. Poi enumera le opere della carne: impurità, idolatria, inimicizie, discordie, gelosie, ire, contese, invidie e simili. Ma enumera anche i frutti dello Spirito: carità, gioia, pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità, mitezza, fede, modestia, continenza, castità. La vita cristiana non è solo evitare il male; è lasciar maturare in noi un frutto nuovo. Non basta non servire Mammona: bisogna servire Dio con un cuore trasformato.

 

Dopo l’Epistola, il Graduale ci dà la sapienza necessaria: Bonum est confídere in Dómino, quam confídere in hómine — È bene confidare nel Signore piuttosto che confidare nell’uomo. E il versetto insiste: Bonum est speráre in Dómino, quam speráre in princípibus — È bene sperare nel Signore piuttosto che sperare nei potenti. Quante paure nascono perché confidiamo troppo nell’uomo: nel denaro, nelle protezioni, negli appoggi, nelle garanzie, nelle nostre previsioni. La prudenza è virtù; l’angoscia no. La responsabilità è dovere; l’idolatria della sicurezza no.

 

San Gaetano da Thiene era un uomo di nobile famiglia, sacerdote, riformatore. Volle una vita apostolica povera, libera, affidata alla Provvidenza. Curò malati, poveri, emarginati, appestati; ma non pose la sua sicurezza nelle ricchezze. Per questo fu invocato come il Santo della Provvidenza. Aveva capito che il cristiano non vive nell’incoscienza, ma nell’abbandono filiale: lavora, serve, organizza, ma il suo cuore riposa nel Padre.

 

L’Alleluia invita alla gioia: Veníte, exsultémus Dómino: jubilémus Deo salutári nostro — Venite, cantiamo gioiosamente al Signore; acclamiamo Dio, nostro Salvatore. La vera fiducia non rende cupi. Chi sa di avere un Padre non deve vivere come orfano. Il Vangelo dirà infatti: guardate gli uccelli del cielo, osservate i gigli del campo. Non seminano, non mietono, non filano, eppure il Padre li nutre e li riveste. Quanto più voi, uomini di poca fede?

 

Ecco il Vangelo. Gesù dice: “Nessuno può servire due padroni”. Non dice: è difficile. Dice: non può. O Dio, o Mammona. Poi aggiunge: non affannatevi per la vostra vita, per ciò che mangerete, né per il corpo, per ciò che indosserete. Il Signore non condanna il lavoro, la previdenza, il dovere di procurare il necessario. Condanna l’affanno, cioè quella preoccupazione che divora l’anima, ruba la preghiera, spegne la fiducia, fa vivere come se Dio non fosse Padre.

 

All’Offertorio la Chiesa canta: Immíttet Angelus Dómini in circúitu timéntium eum, et erípiet eos: gustáte et vidéte quóniam suávis est Dóminus — L’angelo del Signore manderà soccorso attorno a quelli che lo temono e li libererà; gustate e vedete quanto è dolce il Signore. Dopo il Vangelo, queste parole sembrano una conferma: non abbiate paura. Cercate Dio. Temete Lui, non il domani. Gustate la sua dolcezza, non l’amarezza dell’ansia.

 

Un giorno San Giuseppe Benedetto Cottolengo vide una giovane madre, incinta e malata, respinta dagli ospedali. Da quel dolore nacque in lui l’ispirazione della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Non aveva davanti un progetto facile, né risorse proporzionate alla miseria che incontrava. Ma cercò prima il Regno: accolse i più poveri, i malati, gli abbandonati, confidando che la Provvidenza avrebbe sostenuto l’opera. La fiducia evangelica non è evasione: è carità che osa perché sa di non essere sola.

 

La Comunione ci consegna l’ultima parola del Vangelo: Primum quǽrite regnum Dei, et ómnia adjiciéntur vobis, dicit Dóminus — Dapprima cercate il Regno di Dio, e tutto vi sarà aggiunto, dice il Signore. È il centro della domenica. Non cercate prima il denaro, e poi Dio se resta tempo. Non cercate prima la carriera, poi la preghiera. Non cercate prima la comodità, poi la santità. Prima il Regno. Prima Dio. Prima la grazia. Prima ciò che resta eterno.

 

Questa settimana chiediamoci: che cosa sto servendo davvero? Che cosa mi comanda? Il denaro? La paura del futuro? Il giudizio degli altri? Il bisogno di controllare tutto? Una passione della carne? Un’abitudine che rattrista lo Spirito? Non basta dire di servire Dio: bisogna vedere chi dispone del nostro tempo, dei nostri pensieri, delle nostre scelte.

 

Facciamo tre azioni. Primo: togliamo nutrimento a un’opera della carne, senza scuse. Secondo: coltiviamo un frutto dello Spirito, scegliendone uno preciso: pazienza, mitezza, castità, pace, carità. Terzo: compiamo un atto di fiducia nella Provvidenza: una preghiera fatta prima delle preoccupazioni, una rinuncia a un acquisto inutile, un’elemosina concreta, un tempo dato a Dio quando tutto sembra urgente.

 

San Giovanni Canzio fu libero davanti al denaro. San Gaetano si affidò alla Provvidenza. Il Cottolengo cercò il Regno nei poveri e vide Dio aprire strade impossibili. E noi? Non possiamo servire due padroni. Ma possiamo scegliere oggi quello vero. Se cerchiamo prima il Regno di Dio, il resto troverà il suo posto. Se invece cerchiamo prima il resto, perderemo il Regno e non saremo mai sazi.

 

Chiediamo allora al Signore: guarda il volto del tuo Cristo, guarda noi in Lui; sottrai il nostro cuore alle cose nocive; dirigilo verso ciò che salva; rendici liberi dalla carne, liberi da Mammona, liberi dall’affanno; e fa’ che un solo giorno nei tuoi atri valga davvero per noi più di mille giorni lontano da te.

©️ - Amicitia Liturgica

Code whatsapp amicitia liturgica edizioni.png
8385678-whatsapp-social-media-icon-symbol-logo-design-illustrazione-gratuito-vettoriale.jp

Iscriviti al canale Whatsapp

Amicitia Liturgica Edizioni

QR Amicizia Liturgica.jpg
telegram-logo-computer-icons-png-favpng-EDAutZn5kb5zQ1mEzeeUmBzJY.jpg

Iscriviti al canale Telegram

Amicitia Liturgica Edizioni

Grazie per la tua iscrizione alla nostra newsletter.

bottom of page