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VIII Domenica dopo Pentecoste

Restituire le chiavi

Il 16 maggio 1532, Tommaso Moro lasciò l’ufficio di Lord Cancelliere d’Inghilterra. Aveva raggiunto una delle cariche più alte del regno; nelle sue mani era passato il Grande Sigillo, segno visibile dell’autorità con cui parlava e agiva in nome del sovrano. Ma quando comprese che quel potere non poteva più essere esercitato senza ferire la coscienza davanti a Dio, fece una cosa semplicissima e terribile: lo restituì.

Non era ancora il martire davanti al patibolo. Era un uomo nella sua casa, davanti alla propria coscienza, che riconosceva il limite di ogni autorità ricevuta. Il sigillo non era suo. La carica non era sua. Neppure la vita era sua. Tutto gli era stato affidato, e tutto doveva poter essere restituito. Prima che gli chiedessero la testa, Tommaso Moro aveva già consegnato le chiavi: le chiavi del potere, dell’onore, della carriera, della sicurezza. Aveva capito che nessun uomo può amministrare ciò che passa contro Colui che resta.

Verrà un giorno in cui anche noi dovremo restituire le chiavi. Le chiavi della casa, del denaro, del tempo, del corpo, delle relazioni, dell’intelligenza, dell’autorità ricevuta. Per anni possiamo pensare: “È mio”. La mia vita, i miei beni, i miei progetti, il mio tempo. Ma il Vangelo di oggi ci mette davanti una parola che scuote: “Rendi conto della tua amministrazione”. Non siamo proprietari assoluti: siamo amministratori. E tutta la vita cristiana consiste nel capire in tempo che ciò che passa deve essere usato per ciò che non passa.

La Messa di questa VIII Domenica dopo Pentecoste ci alza subito lo sguardo verso il cielo. Le lezioni del Mattutino ricordano il Tempio di Salomone: una casa santa, splendida, costruita per il Signore. Ma il Tempio non era il termine ultimo; era una soglia. Ogni chiesa, ogni altare, ogni Messa è come il portico della Gerusalemme celeste: qui riceviamo la misericordia, qui impariamo a vivere da figli, qui siamo educati a cercare la dimora eterna.

Per questo l’Introito canta: Suscepimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui — Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel mezzo del tuo tempio. La Chiesa non entra nel Tempio per guardare pietre belle, ma per riconoscere una misericordia ricevuta. Tutto ciò che abbiamo di buono viene da Dio: la fede, la grazia, i sacramenti, il perdono, la possibilità stessa di ricominciare.

La Colletta domanda allora la disposizione fondamentale del figlio: Largíre nobis, quǽsumus, Dómine, semper spíritum cogitándi quæ recta sunt, propítius et agéndi: ut, qui sine te esse non póssumus, secúndum te vívere valeámus — Concedici, te ne preghiamo, o Signore, lo spirito di pensare sempre ciò che è retto e di compierlo benignamente, affinché noi, che senza di te non possiamo esistere, possiamo vivere secondo te. Non basta pensare il bene; bisogna compierlo. Non basta sapere che il cielo esiste; bisogna camminare verso il cielo. Non basta dire che Dio è Padre; bisogna lasciarsi guidare come figli.

L’Epistola lo dice con forza. San Paolo ci ricorda che non siamo debitori della carne, per vivere secondo la carne. Se viviamo secondo la carne, moriremo; se invece, con lo Spirito, mortifichiamo le opere del corpo, vivremo. E aggiunge che tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio; e se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo.

Ecco la grande dignità cristiana: non siamo schiavi destinati alla paura, ma figli chiamati all’eredità. Il cielo non è un’idea lontana, né una consolazione vaga: è la casa del Padre, l’eredità dei figli. Ma proprio perché siamo figli, non possiamo vivere come servi della carne. La vita cristiana è una scelta quotidiana tra due direzioni: o lasciarsi trascinare verso il basso da ciò che passa, o lasciarsi guidare in alto dallo Spirito.

Tommaso Moro, restituendo il sigillo, non stava semplicemente abbandonando una carica. Cominciava a mostrare che un cristiano non può amministrare la propria coscienza come una proprietà privata. Aveva ricevuto potere, prestigio, onori; ma quando quei beni terreni chiedevano un prezzo contro Dio, seppe lasciarli. Non era un fuggire dal mondo: era vivere da figlio, non da servo. Da figlio di Dio, non da debitore della carne, dell’ambizione, della paura degli uomini.

Dopo questa parola, il Graduale diventa preghiera filiale: Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias — Sii per me un Dio protettore e un luogo di rifugio, affinché tu mi salvi. Mortificare la carne, resistere alle inclinazioni cattive, rinunciare a ciò che ci separa da Dio può spaventare. Ma non siamo soli. Il cristiano non combatte come un orfano. Ha un Padre; ha un rifugio; ha una casa verso cui tornare.

Il versetto continua: Deus, in te sperávi: Dómine, non confúndar in ætérnum — O Dio, in te ho sperato: Signore, non sarò confuso in eterno. Chi spera in Dio può perdere qualcosa sulla terra, ma non perde la meta.

L’Alleluia apre allora la visione: Magnus Dóminus, et laudábilis nimis, in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus — Grande è il Signore e degno di ogni lode, nella città del nostro Dio, sul suo monte santo. La città di Dio, il monte santo, la Gerusalemme celeste: è là che siamo diretti. Ogni Messa ci fa intravedere questa patria. Qui sulla terra gustiamo in figura ciò che in cielo sarà pieno possesso: Dio stesso, nostra casa, nostro tempio, nostra luce.

E proprio a questo punto il Vangelo ci sorprende con la parabola dell’amministratore infedele. Un uomo deve rendere conto della sua amministrazione; capisce che il tempo è breve e agisce con prontezza. Il Signore non loda la sua ingiustizia, ma la sua prudenza. E conclude che bisogna farsi amici con le ricchezze d’iniquità, affinché, quando esse verranno meno, ci accolgano nelle dimore eterne.

È una parola severa e liberante. Le ricchezze passano; il denaro passa; le case passano; la salute passa; il prestigio passa; perfino le possibilità di fare il bene passano. Ma ciò che viene dato per Dio non passa. Ciò che viene trasformato in misericordia diventa tesoro eterno. San Giovanni Crisostomo arriva a dire che non condividere i propri beni con i poveri è rubare ai poveri, perché ciò che possediamo non ci è affidato per chiuderci, ma per la misericordia. Quando restano chiuse, le ricchezze ci appesantiscono; quando vengono donate secondo Dio, ci precedono.

San Lorenzo lo comprese in modo eroico. Quando gli furono chiesti i tesori della Chiesa, distribuì ai poveri quanto poteva e poi presentò i poveri stessi come il vero tesoro della Chiesa. Era la sapienza del Vangelo: usare i beni che passano per entrare nelle dimore eterne. Non il possesso, ma la carità; non l’accumulo, ma l’offerta; non la paura di perdere, ma la libertà di dare.

All’Offertorio la Chiesa canta: Pópulum húmilem salvum fácies, Dómine: et óculos superbórum humiliábis: quóniam quis Deus præter te, Dómine? — Il popolo umile tu lo salverai, o Signore, e abbasserai gli sguardi dei superbi: poiché chi è Dio fuori di te, o Signore? Qui la vita cristiana prende la forma dell’offerta. L’umile si salva perché riconosce di non essere padrone. Sa di aver ricevuto tutto e restituisce tutto. Il superbo invece tiene lo sguardo alto su se stesso; possiede, controlla, trattiene, decide come se Dio non esistesse.

Santa Elisabetta d’Ungheria visse questa umiltà nella condizione di principessa. La dignità, la ricchezza, il rango non diventarono per lei strumenti di vanità, ma occasioni di misericordia. Visitava i poveri, distribuiva cibo, si prendeva cura dei malati, e negli ultimi anni servì personalmente i malati nell’ospedale che aveva fondato. Aveva compreso che i beni della terra diventano pericolosi quando ci chiudono, ma diventano via del cielo quando sono consegnati alla carità. All’altare, infatti, non portiamo soltanto pane e vino: portiamo ciò che siamo e ciò che amministriamo. La Messa è il sacrificio di Cristo, e in essa deve entrare anche la nostra vita concreta: il lavoro, il denaro, la casa, il tempo, le fatiche, le rinunce, le scelte.

La Comunione ci porta al punto più profondo: Gustáte et vidéte quóniam suávis est Dóminus: beátus vir qui sperat in eo — Gustate e vedete quanto è soave il Signore: beato l’uomo che spera in lui. Non basta sapere che Dio è buono; bisogna gustarlo. La fede non è soltanto uno sguardo da lontano: è contatto, comunione, assimilazione. Nell’Eucaristia l’anima assapora già qualcosa della patria. Qui il cielo comincia in noi, ma comincia come responsabilità. Se abbiamo gustato il Signore, non possiamo più vivere come se il mondo fosse tutto. Se abbiamo ricevuto Cristo, non possiamo più servire la carne come padrona. Se abbiamo sperimentato la sua dolcezza, non possiamo lasciare che i beni inferiori ci rendano schiavi.

San Martino di Tours, ancora catecumeno e soldato, incontrò un povero intirizzito dal freddo presso la porta di Amiens. Non avendo altro, tagliò in due il proprio mantello e ne diede metà al povero. La notte seguente vide Cristo rivestito di quella parte del mantello e udì il Signore dire agli angeli che Martino, ancora catecumeno, lo aveva vestito. È il Vangelo diventato visibile: ciò che sembrava perduto era arrivato a Cristo; ciò che era stato consegnato al povero era stato custodito in cielo.

Cosa ci chiede oggi il Vangelo? Rrendi conto della tua amministrazione. Non un giorno lontano soltanto; rendine conto già oggi, davanti a Dio.

Come amministri il tuo tempo? Quanto ne dai alla preghiera, alla famiglia, al dovere, alla carità, e quanto ne lasci divorare dalla dissipazione?

Come amministri il denaro? È soltanto sicurezza, gusto, capriccio, accumulo, oppure diventa anche elemosina, sostegno, opera buona, aiuto concreto?

Come amministri il corpo? Lo tratti come tempio dello Spirito o come strumento della carne?

Come amministri la parola? Costruisce, consola, corregge con carità, oppure ferisce, divide, alimenta vanità e giudizio?

Questa settimana non restiamo nel generico. Scegliamo un atto preciso di amministrazione cristiana. Un tempo fisso restituito a Dio nella preghiera. Una spesa inutile tagliata e trasformata in elemosina. Una visita a un malato o a una persona sola. Un dovere compiuto bene quando nessuno vede. Una mortificazione concreta della carne. Una confessione preparata seriamente. Un uso più sobrio del telefono, della parola, del denaro, del riposo.

Verrà un giorno in cui restituiremo le chiavi. Non porteremo con noi ciò che abbiamo trattenuto, ma ciò che avremo trasformato in amore. Non ci accoglieranno le cose possedute, ma il bene compiuto in Dio.

 

Chiediamo dunque al Signore: fa’ che io viva da figlio e non da schiavo; da erede del cielo e non da servo della carne; da amministratore fedele e non da proprietario illuso. Nel tuo Tempio abbiamo ricevuto misericordia; alla tua mensa abbiamo gustato la tua dolcezza. Ora insegnaci a usare la terra per il cielo, il tempo per l’eternità, i beni che passano per la dimora che non passa.

©️ - Amicitia Liturgica

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