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XVIII Domenica dopo Pentecoste

Prima il perdono, poi la guarigione

Per quasi trent’anni san Leopoldo Mandić trascorse gran parte delle sue giornate in una piccola stanza del convento dei Cappuccini di Padova. Dieci, talvolta quindici ore al giorno ad ascoltare peccati, miserie, cadute, vite spezzate. Qualcuno lo accusava perfino di essere troppo misericordioso. Egli rispondeva con semplicità: «Se il Crocifisso mi rimproverasse, gli direi: Signore, questo cattivo esempio me l’hai dato Tu». Aveva compreso qualcosa che spesso dimentichiamo: quando un uomo torna a Dio, Cristo non vuole soltanto aggiustare qualche cosa nella sua vita; vuole restituirgli la pace.

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Ed è proprio la pace la prima parola che sale dalla liturgia, nell'Antifona di Introito: Da pacem, Dómine, sustinéntibus te: ut prophétæ tui fidéles inveniántur: exáudi preces servi tui, et plebis tuæ Israël — «Dona la pace, Signore, a coloro che ti attendono; siano trovati fedeli i tuoi profeti; esaudisci le preghiere del tuo servo e del tuo popolo Israele».

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Ma quale pace? Non semplicemente l’assenza dei problemi. È quella pace profonda che nasce quando l’uomo torna al suo posto davanti a Dio, quando la nostra volontà torna a riposare nella volontà del Signore.

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San Paolo, nell’Epistola, ci ricorda che in Cristo siamo stati «arricchiti di ogni cosa» e che Egli stesso ci renderà saldi fino al suo ritorno. Il cristianesimo, dunque, non è anzitutto lo sforzo dell’uomo per diventare migliore: è la ricchezza di Cristo riversata nella nostra povertà. E tra le ricchezze più grandi vi è proprio questa: poter ricominciare.

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Il Graduale prende allora questa speranza e la trasforma quasi in un cammino: Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus. Fiat pax in virtúte tua: et abundántia in túrribus tuis — «Mi sono rallegrato per ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore. Sia pace nelle tue mura e abbondanza nelle tue torri».

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Ritorna ancora la pace, ma ora questa pace ha una meta: la casa del Signore. La chiesa nella quale siamo raccolti è già immagine di quella Gerusalemme eterna verso la quale camminiamo. Cristo non ci perdona semplicemente perché possiamo stare un poco meglio quaggiù: ci rialza perché possiamo tornare alla casa del Padre.

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E l’Alleluia allarga ancora di più l’orizzonte: Timébunt gentes nomen tuum, Dómine: et omnes reges terræ glóriam tuam — «Le nazioni temeranno il tuo nome, Signore, e tutti i re della terra la tua gloria».

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La Chiesa contempla già il giorno in cui la gloria di Cristo sarà riconosciuta da tutti. Ma quale potere possiede questo Re? Il Vangelo ce lo mostra in maniera sorprendente.

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Gli conducono un paralitico. Tutti si aspettano probabilmente una sola cosa: che torni a camminare. Ma Cristo comincia da ciò che nessuno vede. «Coraggio, figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati».

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Noi avremmo cominciato dalle gambe. Gesù comincia dall’anima.

Perché vi sono paralisi che nessun medico può curare: un peccato al quale non vogliamo rinunciare, una coscienza che non trova pace, un rancore custodito per anni, una vita sacramentale abbandonata, quella confessione continuamente rimandata. Si può camminare perfettamente sulle proprie gambe e avere l’anima immobile.

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Santa Caterina da Bologna conobbe qualcosa di questa guarigione invisibile. Nel 1429 si accostò alla confessione con particolare sincerità, chiedendo intensamente al Signore il perdono dei suoi peccati. Quell’incontro con la misericordia di Dio lasciò in lei un segno così profondo da darle un nuovo slancio nella vita spirituale. Non era cambiato esteriormente il suo corpo; era cambiato il cuore. Ed è proprio questo il primo miracolo che Cristo vuole compiere anche nel paralitico: prima di rimetterlo in piedi, lo riconcilia con Dio.

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E quando gli scribi pensano che Gesù bestemmi, perché soltanto Dio può rimettere i peccati, Egli guarisce anche il corpo: «Alzati, prendi il tuo letto e va’ a casa». Il miracolo visibile rende manifesto quello invisibile. Il Re annunciato dall’Alleluia manifesta la propria potenza non schiacciando l’uomo, ma liberandolo dal peccato.

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Non è casuale che questa liturgia conservi un forte carattere sacerdotale. Anticamente questa domenica seguiva le ordinazioni delle Quattro Tempora di settembre. Quei nuovi sacerdoti avevano ricevuto precisamente questo compito: annunciare la parola di Cristo e portare agli uomini la sua azione santificatrice. Il sacerdote non dice al peccatore: “Io ti perdono perché sono migliore di te”. Dice, in nome di Cristo: “Io ti assolvo”, perché il potere di perdonare viene da Lui.

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All’Offertorio compare Mosè davanti all’altare: Sanctificávit Móyses altáre Dómino, ófferens super illud holocáusta, et ímmolans víctimas — «Mosè consacrò un altare al Signore, offrendo sopra di esso olocausti e immolando vittime».

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Quel sacrificio dell’Antica Alleanza preparava il sacrificio perfetto di Cristo. Tra poco su questo altare sarà sacramentalmente presente l’unica Vittima del Calvario. Ed è proprio da quel Sangue che viene il perdono che rialza il paralitico e rialza ciascuno di noi.

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Per questo la Comunione ci consegna tre verbi bellissimi: Tóllite hóstias, et introíte in átria ejus: adoráte Dóminum in aula sancta ejus — «Portate le offerte, entrate nei suoi atri; adorate il Signore nel suo tempio santo».

 

Offrite. Entrate. Adorate.

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Facciamoli diventare il programma concreto di questa settimana.

Offriamo: portiamo qualcuno a Cristo. Pensiamo a una persona che si è allontanata, che soffre o che sta attraversando un momento difficile. Non occorre farle una predica. Portiamola noi davanti al Signore: pronunciamo il suo nome nella preghiera, offriamo per lei un piccolo sacrificio e, se possiamo, facciamole sentire che non è sola. Il paralitico arrivò davanti a Gesù perché qualcuno si prese la fatica di portarcelo.

 

 

Entriamo: entriamo nella fatica di qualcuno. Cerchiamo una persona scoraggiata e proviamo a rimetterla in piedi. Non con una frase generica, ma con una parola vera, con un po’ del nostro tempo, ricordandole un bene che possiede, una qualità che forse non vede più, un motivo per non arrendersi. A volte una parola detta al momento giusto diventa davvero una mano tesa.

 

 

Adoriamo: lasciamo che Dio rimetta pace anche nei nostri rapporti. C’è una tensione in famiglia, sul lavoro, in comunità? Portiamola davanti al Signore e poi facciamo noi il primo gesto che disarmi il conflitto: non riferiamo quella parola cattiva, interrompiamo una discussione inutile, rinunciamo ad avere l’ultima parola, facciamo un gesto di cortesia verso chi ci è diventato difficile. Se adoriamo veramente Dio, non possiamo poi alimentare ciò che divide.

 

 

Offrite, entrate, adorate. Portare qualcuno a Cristo, rialzare chi è caduto, preparare attorno a noi un posto per quella pace che fin dall’Introito abbiamo chiesto: Da pacem, Dómine — «Dona la pace, Signore».

 

 

Il paralitico arrivò davanti a Gesù portato da altri e tornò a casa camminando con le proprie gambe. Ma il miracolo più grande era avvenuto prima, quando aveva udito: «Ti sono rimessi i tuoi peccati». Cristo lo aveva guarito là dove nessuno poteva vedere.

 

 

Anche noi chiediamo oggi questa grazia: che il Signore non si limiti a sistemare ciò che appare storto nella nostra vita, ma vada alla radice, guarisca ciò che soltanto Lui vede e faccia di noi uomini capaci di portare, rialzare e pacificare. Perché la pace che riceviamo da Cristo diventi, attraverso di noi, pace donata agli altri.

©️ - Amicitia Liturgica

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