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XXI Domenica dopo Pentecoste

Il debito che Dio ha cancellato

Intorno al 1406, quando il marito di santa Rita da Cascia venne assassinato nei pressi di Roccaporena, ella si trovò davanti a una scelta terribile. Avrebbe potuto custodire il rancore, alimentare la vendetta, insegnare ai figli a restituire il male ricevuto. Fece il contrario: perdonò gli uccisori del marito e si adoperò perché l’odio non continuasse a passare da una famiglia all’altra. Il male era realmente accaduto; il perdono non lo cancellava. Ma Rita non volle permettere che quell’omicidio continuasse a vivere dentro di lei generando altro male.

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È precisamente qui che ci conduce il Vangelo di oggi: che cosa facciamo del male che abbiamo ricevuto?

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L’Introito ci pone anzitutto davanti alla sovranità di Dio: In voluntáte tua, Dómine, univérsa sunt pósita, et non est qui possit resístere voluntáti tuæ... Dóminus universórum tu es — «Alla tua volontà, Signore, tutte le cose sono sottomesse e nessuno può resistere alla tua volontà… Tu sei il Signore di tutte le cose».

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È la preghiera di Mardocheo nell’ora del pericolo. Tutto sembra sfuggire al controllo degli uomini, ma non è sfuggito dalle mani di Dio. Anche quando siamo feriti, traditi, trattati ingiustamente, rimane una certezza: Dio è ancora Signore. Ed è proprio questa certezza che ci permette di non farci giustizia da soli.

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Il Graduale aggiunge: Dómine, refúgium factus es nobis, a generatióne et progénie — «Signore, tu sei diventato nostro rifugio di generazione in generazione».

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Quando qualcuno ci ferisce, cerchiamo istintivamente un rifugio: talvolta nel rancore, talvolta nel desiderio di rivalsa, talvolta continuando per anni a raccontare a noi stessi ciò che ci è stato fatto. La liturgia ci dice invece: il nostro rifugio è Dio.

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San Paolo ci ammonisce: rivestitevi dell’uomo nuovo, della bontà, della pazienza, del perdono. Il cristiano non perdona perché l’altro merita sempre il perdono; perdona perché lui stesso vive di un perdono ricevuto.

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È il cuore della parabola evangelica. Un servo deve al re una somma immensa, un debito che non potrà mai restituire. Implora pazienza e il re fa molto più di ciò che gli è stato chiesto: non concede soltanto tempo, cancella il debito. Quell’uomo esce libero. Ma incontra un compagno che gli deve molto meno. Lo afferra, lo stringe alla gola e pretende: «Rendimi quello che mi devi». Ha appena ricevuto misericordia, ma non è diventato misericordioso.

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Questo è il punto terribile del Vangelo: può accadere anche a noi di ricevere continuamente il perdono di Dio e continuare a tenere aperti i conti con gli altri. Conosciamo benissimo il loro debito verso di noi: quella parola, quel tradimento, quell’umiliazione, quella mancanza. Ma quanto facilmente dimentichiamo il nostro debito verso Dio.

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Perdonare non significa dire che il male non era male. Non significa necessariamente ristabilire la stessa fiducia o rinunciare alla giustizia. Significa qualcosa di più profondo: rimettere il giudizio nelle mani di Dio e rinunciare a vivere stringendo il fratello alla gola.

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Santa Giuseppina Bakhita ne è una testimonianza impressionante. Rapita bambina in Darfur, venduta come schiava e sottoposta a violenze terribili, portò per tutta la vita sul corpo i segni di ciò che aveva subito. Eppure, dopo aver conosciuto Cristo, arrivò a dire che, se avesse incontrato nuovamente coloro che l’avevano rapita e torturata, si sarebbe inginocchiata e avrebbe baciato loro le mani. Non perché il male subito fosse diventato bene, ma perché non voleva più appartenere al male che le era stato fatto. Aveva ricevuto da Cristo una libertà più grande delle ferite che portava.

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L’Alleluia canta: In éxitu Israël de Ægýpto, domus Jacob de pópulo bárbaro — «Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo straniero».

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Il perdono è anche questo: un esodo. Finché vivo soltanto del torto che ho ricevuto, sono ancora in Egitto; quella persona continua a esercitare un potere su di me. Perdonare significa uscire dalla schiavitù e permettere a Dio di condurmi altrove.

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All’Offertorio la liturgia ci conduce davanti a Giobbe: Vir erat in terra Hus, nómine Job, simplex et rectus ac timens Deum: quem Satan pétiit ut tentáret, et data est ei potéstas in facultátes et in carnem ejus — «Vi era nella terra di Hus un uomo chiamato Giobbe, semplice, retto e timorato di Dio; Satana chiese di tentarlo e gli fu dato potere sui suoi beni e sulla sua carne».

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È il mistero della prova. Il testo non ci invita a pensare che Dio voglia il male di Giobbe, né ci offre una spiegazione facile del dolore. Ci ricorda piuttosto che anche quando il male colpisce duramente, non diventa per questo padrone della storia. Giobbe perde beni, affetti, salute; e tuttavia la sua vita non è sottratta alla Provvidenza di Dio. La prova lo ferisce, ma non può cancellare la sua appartenenza al Signore. È una luce importante anche per noi: non sempre possiamo comprendere perché ci sia stato fatto del male, ma possiamo impedire che quel male decida ciò che diventeremo. Possiamo continuare a rimanere nelle mani di Dio.

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Infine la Comunione ci fa pregare: In salutári tuo ánima mea, et in verbum tuum sperávi… ádjuva me, Dómine Deus meus — «Nella tua salvezza sta l’anima mia e nella tua parola ho sperato… aiutami, Signore Dio mio».

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Forse ci sono alcuni perdoni che da soli non riusciamo a dare. Allora non fingiamo. Diciamo semplicemente: «Aiutami, Signore».

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Questa settimana facciamo tre cose molto concrete. Quando torna alla mente un torto ricevuto, ricordiamo anzitutto quanto Dio ha già perdonato a noi. Poi smettiamo di alimentare almeno in un modo quel debito: non raccontiamolo ancora una volta, non restituiamo quella parola cattiva, non cerchiamo una piccola vendetta. E infine affidiamo quella persona al giudizio di Dio, chiedendo almeno di arrivare un giorno a desiderare per lei il vero bene.

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Santa Rita non negò il male ricevuto. Santa Giuseppina Bakhita non negò le ferite che portava sul proprio corpo. Entrambe fecero qualcosa di più difficile: impedirono al male ricevuto di diventare altro male attraverso di loro.

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È questo l’uomo nuovo. Uno che ricorda il proprio debito cancellato e, proprio per questo, smette di stringere alla gola il fratello.

©️ - Amicitia Liturgica

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