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XV Domenica dopo Pentecoste

Quando Cristo ferma il corteo della morte

Santa Monica pianse per anni un figlio vivo nel corpo, ma morto nell’anima. Agostino respirava, studiava, parlava, cercava gloria, piacere, successo; eppure sua madre vedeva più in profondità. Vedeva un’anima lontana da Dio. Per questo pregava, piangeva, supplicava. Un vescovo, vedendo la sua perseveranza, le disse che il figlio di tante lacrime non poteva perire. Monica non stava seguendo una bara di legno, ma accompagnava con le lacrime un figlio spiritualmente morto, finché Cristo non lo restituì alla vita.

 

La Messa di questa XV Domenica dopo Pentecoste ci mette davanti proprio questo mistero: la vita che Cristo dona, la vita che il peccato può spegnere, la vita che Cristo restituisce quando la Chiesa piange sui suoi figli. Nel Vangelo, il Signore incontra una vedova che porta alla sepoltura il suo unico figlio. Ma quella madre è anche figura della Chiesa: madre che piange per i figli morti alla grazia, madre che accompagna i peccatori, madre che supplica finché Cristo non si avvicina e dice: “Giovane, dico a te, alzati”.

 

L’Introito è una preghiera umile e fiduciosa: Inclína, Dómine, aurem tuam ad me, et exáudi me: salvum fac servum tuum, Deus meus, sperántem in te: miserére mihi, Dómine, quóniam ad te clamávi tota die — Piega, Signore, il tuo orecchio verso di me ed esaudiscimi; salva il tuo servo, mio Dio, che spera in te; abbi pietà di me, Signore, perché verso di te ho gridato tutto il giorno. È la voce dell’anima che ha bisogno di essere rialzata. Non parla con superbia, non pretende, non si giustifica. Dice soltanto: sono tuo servo, spero in te, abbi pietà di me.

 

Questa è la prima grazia: riconoscere di avere bisogno di vita. Il peccatore che non grida resta nella morte; il peccatore che grida comincia già a muoversi verso la vita. Anche la Chiesa grida così per noi. Come la vedova di Naim, segue il corteo dei suoi figli caduti e dice al Signore: piega il tuo orecchio, affrettati, abbi pietà, salva il tuo servo.

 

La Colletta chiede che la misericordia di Dio purifichi e fortifichi la Chiesa: Ecclésiam tuam, Dómine, miserátio continuáta mundet et múniat: et quia sine te non potest salva consístere; tuo semper múnere gubernétur — La tua misericordia continua, o Signore, purifichi e difenda la tua Chiesa; e poiché senza di te non può sussistere salva, sia sempre governata dal tuo dono. La vita soprannaturale non si conserva da sola. Deve essere purificata, perché il peccato la ferisce; deve essere fortificata, perché la nostra debolezza la mette in pericolo; deve essere governata da Dio, perché senza di Lui non possiamo restare in piedi.

 

Nell’Epistola san Paolo dice: “Se viviamo per lo Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito”. Non basta avere ricevuto la vita della grazia: bisogna camminare secondo questa vita. Chi semina nella carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. Ecco il grande realismo cristiano. La grazia non è una bella idea messa sopra una vita mondana. È un principio nuovo che deve guidare pensieri, parole, scelte, abitudini, affetti, uso del tempo, corpo, lingua, desideri.

 

I santi conobbero questa risurrezione interiore. San Giovanni di Dio aveva vissuto anni inquieti, disordinati, cercando se stesso. Poi, a Granada, ascoltò una predica di san Giovanni d’Avila e la parola di Dio lo colpì nel profondo. Fu come se il Signore gli dicesse: alzati. Da quella conversione nacque una vita nuova, tutta consumata al servizio dei poveri, dei malati, degli abbandonati. L’uomo che prima aveva seminato nella carne cominciò a seminare nello Spirito; e dove c’era disordine nacque misericordia.

 

Dopo l’Epistola, il Graduale canta la gioia della vita ritrovata: Bonum est confitéri Dómino: et psállere nómini tuo, Altíssime — È bene lodare il Signore e cantare un salmo al tuo nome, o Altissimo. Poi aggiunge: Ad annuntiándum mane misericórdiam tuam, et veritátem tuam per noctem — Per annunciare al mattino la tua misericordia e la tua fedeltà durante la notte. Chi è stato riportato alla vita non può tacere. Annuncia la misericordia al mattino e la fedeltà nella notte. Al mattino, perché ogni giorno è dono; nella notte, perché anche quando tutto sembra oscuro Dio resta fedele.

 

L’Alleluia proclama: Quóniam Deus magnus Dóminus, et Rex magnus super omnem terram — Perché Dio è il Signore supremo e il grande Re su tutta la terra. Prima del Vangelo, la Chiesa confessa la sovranità di Dio. La morte sembra regnare, ma non regna. Il peccato sembra vincere, ma non ha l’ultima parola. Il dolore della vedova sembra chiudere tutto, ma sta per passare il Re della vita.

 

Ed ecco il Vangelo. Gesù entra nella città di Naim e incontra un corteo che esce: un morto, figlio unico di sua madre, e questa era vedova. Due cortei si incontrano: il corteo della morte che esce dalla città e il corteo della vita che entra con Cristo. Il Signore vede la madre, ne ha compassione e le dice: “Non piangere”. Poi si avvicina, tocca la bara, i portatori si fermano, e dice: “Giovane, dico a te, alzati”. Il morto si mise a sedere e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre.

 

Ogni parola è piena di misericordia. Cristo vede. Cristo si commuove. Cristo si avvicina. Cristo tocca. Cristo comanda. Cristo restituisce. Non aspetta che il morto chieda, perché il morto non può chiedere. Ascolta le lacrime della madre. Così avviene nella vita della grazia. Quando un’anima è morta per il peccato, spesso non sa più pregare, non sa più desiderare, non sa più rialzarsi. Ma la Chiesa prega per lei. Una madre piange. Un sacerdote offre il Sacrificio. Un amico intercede. E Cristo, per misericordia, si avvicina.

 

Sant’Ambrogio vede in questa vedova l’immagine della Chiesa. Ella piange i figli morti, ma non senza speranza. Le sue lacrime non sono disperazione: sono preghiera. La Chiesa non accompagna i peccatori alla tomba; li accompagna incontro a Cristo. Non dice: è finita. Dice: Signore, guarda, abbi pietà, restituisci la vita.

 

All’Offertorio la Chiesa canta: Exspéctans exspectávi Dóminum, et respéxit me: et exaudívit deprecatiónem meam: et immísit in os meum cánticum novum, hymnum Deo nostro — Ho atteso e atteso il Signore, ed egli mi ha guardato; ed egli ha esaudito la mia preghiera e ha posto nella mia bocca un cantico nuovo, un inno al nostro Dio. È il canto del risorto. Prima era silenzio di morte; ora c’è un cantico nuovo. Il figlio della vedova comincia a parlare. L’anima perdonata torna a lodare. Una Confessione ben fatta mette di nuovo sulla bocca il canto che il peccato aveva spento.

 

Questo è importante: la vita restituita non è solo scampare al castigo. È ritrovare la lode. Un cristiano in grazia dovrebbe avere sulle labbra un cantico nuovo: non necessariamente parole molte, ma una vita che dice grazie, una lingua che benedice, un cuore che riconosce il Signore.

 

La Comunione ci porta alla sorgente di questa vita: Panis, quem ego dédero, caro mea est pro sǽculi vita — Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Cristo non si limita a toccare la bara di Naim. Egli dona la propria carne. Il Pane vivo dà la vita, la restituisce, la conserva. Se il peccato uccide l’anima, l’Eucaristia nutre l’anima tornata viva dopo la Confessione e la fortifica perché non ricada nella morte.

 

Nel settembre 1240, mentre Assisi era minacciata dalle truppe saracene al servizio di Federico II, i soldati arrivarono fino a San Damiano ed entrarono persino nel chiostro del monastero. Santa Chiara era malata, debole, quasi incapace di muoversi. In quel momento non cercò difese umane, non chiamò alle armi, non si appoggiò alla forza della carne. Fece portare davanti a sé il Santissimo Sacramento, si prostrò in preghiera davanti a Cristo realmente presente e affidò a Lui le sue sorelle e la casa. Secondo la tradizione, da quel Corpo adorabile venne la risposta: «Io vi custodirò sempre». E i soldati si ritirarono senza recare danno al monastero. Santa Chiara guardò al Pane vivo, a Colui che è vita e difesa del suo popolo. Anche noi dobbiamo imparare dove si custodisce la nostra vita: non nelle sicurezze umane, non nella forza della carne, ma in Cristo realmente presente.

 

E allora non giochiamo con la vita della grazia. Il peccato mortale non è una debolezza qualunque: è morte dell’anima. La tiepidezza non è innocua: prepara la morte. Le abitudini cattive, quando non vengono combattute, diventano catene. Ma non disperiamo. Cristo passa ancora. La Chiesa piange ancora. La Confessione restituisce ancora la vita. L’Eucaristia nutre ancora chi vive in grazia.

 

Questa settimana facciamo tre atti concreti. Primo: verifichiamo seriamente lo stato della nostra anima. Sono in grazia di Dio? C’è un peccato grave non confessato? C’è una situazione che so di dover tagliare? Secondo: se la vita è stata perduta, andiamo senza ritardo alla Confessione. Non restiamo nel corteo della morte. Terzo: se siamo in grazia, camminiamo secondo lo Spirito: una preghiera più fedele, una mortificazione vera, una carità concreta, una vigilanza sulla lingua, sugli occhi, sui pensieri.

 

E preghiamo per i morti spirituali. Non diciamo mai: è impossibile. Santa Monica pianse per Agostino e vide la risurrezione della sua anima. La Chiesa piange per noi e per tanti suoi figli. Anche noi dobbiamo portare qualcuno a Cristo con la preghiera: un figlio lontano, un amico caduto, un’anima indurita, un peccatore che non sa più gridare.

 

Il Signore dice ancora: “Giovane, dico a te, alzati”. Lo dice all’anima morta nel peccato. Lo dice al cristiano stanco. Lo dice a chi ha smesso di sperare. Lo dice a chi è portato via dal corteo della mondanità, della carne, della disperazione. Cristo ferma il corteo della morte. Tocca ciò che nessuno può guarire. Restituisce alla Madre i figli vivi.

 

Chiediamogli allora: piega il tuo orecchio verso di me, Signore; salva il tuo servo che spera in te; purifica e fortifica la tua Chiesa; fa’ che viviamo e camminiamo secondo lo Spirito; metti nella nostra bocca un cantico nuovo; e donaci sempre il Pane vivo, la tua carne, per la vita del mondo e per la vita eterna delle nostre anime.

©️ - Amicitia Liturgica

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