XIX Domenica dopo Pentecoste
La veste che il Re cerca
Nel 1539 Francesco Borgia era ancora un grande di Spagna, uomo di corte, abituato agli onori, alle cerimonie, alle vesti preziose. Quando morì l’imperatrice Isabella, che aveva conosciuto nel pieno della sua giovinezza e bellezza, egli accompagnò il feretro fino a Granada. Là la bara fu aperta per il riconoscimento del corpo. Francesco vide quanto rapidamente la morte avesse cancellato quella bellezza davanti alla quale la corte si era inchinata. Fu uno dei momenti decisivi della sua conversione: comprese che non voleva più costruire la propria vita su una gloria destinata a morire.
Ci sono, infatti, vesti che impressionano gli uomini e una veste che interessa a Dio.
San Paolo oggi dice: «Rivestitevi dell’uomo nuovo». Non ci chiede semplicemente di correggere qualche difetto. Ci chiede qualcosa di molto più profondo: rivestirci di Cristo, lasciare che sia Lui a trasformare il nostro modo di pensare, di volere, di parlare, di agire.
E subito l’Introito ci fa ascoltare la voce stessa del Signore: Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum — «Io sono la salvezza del popolo, dice il Signore: da qualunque tribolazione grideranno verso di me, io li esaudirò; e sarò il loro Signore per sempre».
Prima ancora di chiederci qualcosa, Dio ci dice: «Io sono la tua salvezza». La veste nuziale non ce la fabbrichiamo da soli. È la grazia ricevuta nel Battesimo, è Cristo che viene a vivere in noi. Ma quella veste deve essere custodita.
Il Graduale allora fa salire la nostra preghiera: Dirigátur orátio mea sicut incénsum in conspéctu tuo, Dómine: elevátio mánuum meárum sacrifícium vespertínum — «Salga la mia preghiera come incenso davanti al tuo volto, Signore; l’elevazione delle mie mani sia come il sacrificio della sera».
Quando un uomo comincia davvero a rivestirsi di Cristo, cambia anche la sua preghiera: non cerca più soltanto ciò che vuole lui, ma desidera diventare gradito a Dio, come l’incenso che sale davanti al suo volto.
E l’Alleluia apre già le porte della sala delle nozze: Confitémini Dómino, et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus — «Acclamate il Signore e invocate il suo nome; annunciate tra le nazioni le sue opere».
Qual è la grande opera di Dio? Prendere uomini vecchi e farne uomini nuovi; prendere peccatori e rivestirli di Cristo; raccogliere uomini dispersi e condurli alle nozze del Figlio.
Nel Vangelo Gesù ci ha raccontato la parabola del re che prepara le nozze del figlio. Gli invitati rifiutano. Allora manda a chiamare gli uomini dalle strade: buoni e cattivi, tutti sono invitati.
Ma nella sala il re vede un uomo senza veste nuziale e gli domanda: «Amico, come sei entrato qui senza veste nuziale?». E quello tace.
È una parola severa, perché ci ricorda una verità che facilmente dimentichiamo: essere stati invitati non basta. Non basta appartenere esteriormente alla Chiesa, non basta essere entrati nella sala. Occorre lasciarsi trasformare dalla grazia ricevuta.
Quando il padre di San Francesco d’Assisi, Pietro di Bernardone, gli chiese di rinunciare ai beni di famiglia, Francesco comparve davanti al vescovo Guido di Assisi e fece qualcosa che lasciò tutti senza parole: si tolse gli abiti e li restituì al padre. Non voleva semplicemente rinunciare a qualche cosa; voleva consegnare a Dio tutta la propria vita. Rimase povero, senza nulla, e il vescovo lo coprì con il suo mantello. In quel momento Francesco si spogliava, per così dire, dell’uomo vecchio per cominciare a rivestirsi soltanto di Cristo. Aveva tolto una veste davanti agli uomini, ma ne stava ricevendo un’altra davanti a Dio.
È precisamente ciò che san Paolo ci domanda: non basta portare esteriormente il nome di cristiani; bisogna che Cristo diventi poco a poco la forma concreta della nostra vita. Possiamo avere la veste del Battesimo e poi coprirla poco a poco con compromessi, rancori, menzogne. Per questo san Paolo diventa molto concreto: basta con la menzogna, dite la verità; chi rubava non rubi più, ma lavori. L’uomo nuovo si riconosce dalle scelte quotidiane.
All’Offertorio la Chiesa sa però che il cammino non è facile: Si ambulávero in médio tribulatiónis, vivificábis me, Dómine: et super iram inimicórum meórum exténdes manum tuam — «Se camminerò in mezzo alla tribolazione, tu mi conserverai in vita, Signore; contro l’ira dei miei nemici stenderai la tua mano».
Ci sono molte cose che possono sporcare o strapparci la veste lungo il cammino. Ma non camminiamo soli. Dio stende la sua mano. La santità non consiste nel non conoscere mai la lotta, ma nel continuare a lasciarsi afferrare da quella mano.
E alla Comunione la liturgia ci consegna infine il modo concreto di custodire la veste: Tu mandásti mandáta tua custodíri nimis: útinam dirigántur viæ meæ ad custodiéndas justificatiónes tuas — «Tu hai comandato che i tuoi precetti siano custoditi con grande cura: possano le mie vie essere dirette a custodire le tue volontà».
Questa settimana scegliamo allora un tratto preciso di Cristo da indossare. Non dieci propositi. Uno solo. Se siamo impazienti, rivestiamoci della sua pazienza. Se siamo duri, della sua misericordia. Se siamo falsi, della sua verità. Se pensiamo troppo a noi stessi, della sua generosità.
E ogni sera facciamoci una domanda molto semplice: oggi, guardandomi, qualcuno avrebbe potuto riconoscere qualcosa di Cristo?
San Francesco Borgia vide cadere le vesti della gloria umana. San Francesco d’Assisi si spogliò di tutto per rivestirsi di Cristo.
È questa la veste che il Re cerca anche in noi: Cristo stesso, diventato forma della nostra vita.
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