XVII Domenica dopo Pentecoste
Un solo corpo, un solo amore
San Giosafat Kuncewycz visse nei primi decenni del Seicento tra l’attuale Ucraina, Lituania e Bielorussia. Monaco basiliano a Vilnius, divenne poi arcivescovo di Polotsk, nella Chiesa rutena di rito bizantino unita a Roma. Erano terre profondamente segnate dalla divisione tra cristiani. Divenuto vescovo, consacrò il suo ministero a ricondurre all’unità ciò che vedeva lacerato, persuaso che non potesse esserci vera comunione senza verità, né verità cristiana senza carità. Pregò, predicò, visitò, cercò di riconciliare. Ma proprio questa passione per l’unità gli attirò un’ostilità sempre più violenta, fino a quando, nel 1623, venne ucciso. Ciò per cui aveva lavorato da pastore finì così per essere suggellato dal suo sangue: per questo la Chiesa lo venera come martire dell’unità.
La sua storia ci ricorda che l’unità cristiana non è semplicemente il buon accordo tra persone che condividono la stessa fede. È qualcosa di molto più profondo: nasce dal fatto che apparteniamo a Cristo e, in Lui, gli uni agli altri. Nessun cristiano vive completamente per sé. Se una membra soffre, tutto il corpo ne porta la ferita; se una membra si separa, tutto il corpo ne risente. Per questo ogni divisione, ogni rancore, ogni parola che ferisce incrina qualcosa che Dio ha voluto unire; e ogni gesto di vera carità ricuce, per così dire, il tessuto del Corpo di Cristo.
Ma un’unità così non nasce semplicemente dal nostro buon carattere o dalla capacità di sopportarci. Ha bisogno della grazia. Ha bisogno che Dio stesso ci raccolga, ci purifichi, ci renda misericordiosi gli uni verso gli altri. E proprio da questa certezza si leva la prima preghiera della liturgia, quella dell'Introito:
Justus es, Dómine, et rectum judícium tuum: fac cum servo tuo secúndum misericórdiam tuam — Tu sei giusto, Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci con il tuo servo secondo la tua misericordia. La Chiesa non contrappone giustizia e misericordia. Dice: proprio perché sei giusto, o Signore, agisci con misericordia. La giustizia di Dio non è freddezza; è ordine santo, verità, fedeltà alle promesse. E la misericordia ne è il coronamento, perché Dio ha voluto unirci a Cristo e trattarci come membra del Figlio.
Il Salmo aggiunge: Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini — Beati gli integri nella via, quelli che camminano nella legge del Signore. La legge del Signore non è un peso estraneo: è la via della beatitudine. Ma questa legge, nel Vangelo di oggi, Cristo la riassume in due comandamenti inseparabili: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente; e amare il prossimo come noi stessi.
La Colletta chiede per il popolo di Dio una purezza interiore: Da, quǽsumus, Dómine, pópulo tuo diabólica vitáre contágia: et te solum Deum pura mente sectári — Concedi, te ne preghiamo, o Signore, al tuo popolo di evitare i contagi diabolici e di seguire con mente pura te, solo Dio. Il contagio più pericoloso non è sempre quello visibile. È la divisione, il rancore, l’orgoglio che separa, la lingua che ferisce, la freddezza che guarda il fratello come un estraneo. Il demonio divide; lo Spirito unisce. Il demonio isola; Cristo fa un Corpo solo.
San Paolo, nell’Epistola, supplica i cristiani di camminare in modo degno della vocazione ricevuta, con umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandosi a vicenda nella carità, solleciti nel conservare l’unità dello Spirito nel vincolo della pace. Poi dà il fondamento: un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo, un solo Dio e Padre di tutti.
Non ci dice: cercate di andare d’accordo perché è più comodo. Dice molto di più: siete un solo Corpo. La divisione tra cristiani non è soltanto un problema di carattere; è una ferita ecclesiale. La mormorazione, il disprezzo, l’invidia, la gelosia, la rivalità, l’incapacità di perdonare non sono piccoli difetti privati: indeboliscono il vincolo della pace.
Dopo l’Epistola, il Graduale canta: Beáta gens, cujus est Dóminus Deus eórum: pópulus, quem elégit Dóminus in hereditátem sibi — Beato il popolo il cui Dio è il Signore, il popolo che il Signore si è scelto come propria eredità. La Chiesa è questo popolo beato: non perché sia senza ferite nei suoi membri, ma perché appartiene a Dio. Cristo l’ha conquistata con il suo Sangue e la rende sua eredità. Noi non ci scegliamo da soli; siamo scelti, raccolti, edificati, uniti.
Il versetto aggiunge: Verbo Dómini cæli firmáti sunt: et Spíritu oris ejus omnis virtus eórum — Per la parola del Signore i cieli furono stabiliti, e dal soffio della sua bocca tutta la loro potenza. La stessa Parola che ordina il cielo vuole ordinare anche la Chiesa; lo stesso Spirito che dà forza all’universo vuole dare pace alle membra di Cristo. Dove entra lo Spirito, il caos diventa ordine, la dispersione diventa comunione, la durezza diventa carità.
Arriviamo al Vangelo. Un dottore della legge domanda a Gesù quale sia il grande comandamento. Gesù risponde: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. Questo è il massimo e primo comandamento. Ma subito aggiunge: il secondo è simile al primo: amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.
La parola decisiva è: simile. L’amore del prossimo non è un’aggiunta facoltativa per anime generose. È simile all’amore di Dio, perché il prossimo porta l’immagine di Dio, è chiamato alla stessa salvezza, può essere membro dello stesso Corpo. Non posso dire di amare il Capo, Cristo, e disprezzare le sue membra. Non posso dire di onorare Dio e poi trattare con durezza chi mi vive accanto.
Nel campo di Auschwitz, nel luglio 1941, dopo la fuga di un prigioniero, furono scelti dieci uomini per morire di fame nel bunker. Uno di loro, Franciszek Gajowniczek, scoppiò in lacrime pensando alla moglie e ai figli. Allora accadde qualcosa che, umanamente, non si spiega. Un prigioniero uscì dalla fila: era un frate francescano, padre Massimiliano Kolbe. Non era stato scelto. Poteva tacere. Poteva restare al suo posto e salvare la propria vita. Invece disse di voler morire al posto di quell’uomo. In un luogo costruito per cancellare ogni volto, egli riconobbe un fratello. In un sistema fatto per spezzare ogni legame, custodì il vincolo della carità. In mezzo alla logica dell’odio, mostrò che l’amore di Dio non resta un sentimento interiore: diventa corpo consegnato per il prossimo.
Questo è il Vangelo vissuto fino in fondo. “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore” non rimase, in san Massimiliano, una formula devota; diventò “amerai il prossimo tuo come te stesso”, anzi più di se stesso. Perché nel Corpo di Cristo il fratello non è un estraneo che passa accanto alla mia vita: è qualcuno per cui la mia vita può diventare dono.
Non tutti siamo chiamati a un gesto estremo come quello di san Massimiliano Kolbe. Ma tutti siamo chiamati alla stessa logica: non vivere come individui chiusi, ma come membra vive del Corpo di Cristo. Questa carità può prendere la forma del martirio, ma può prendere anche la forma quotidiana del servizio umile, nascosto, perseverante.
Santa Fabiola, nobile romana del IV secolo, dopo una vita segnata da ferite e penitenza, usò i suoi beni per fondare a Roma un ospedale e servì personalmente i poveri e i malati. San Girolamo la loda perché non si limitò a finanziare un’opera buona da lontano: volle piegarsi sui corpi sofferenti, assistere, lavare, curare. L’amore di Dio era diventato amore del prossimo. La fede era diventata carne, mani, tempo, servizio.
L’Alleluia prima del Vangelo fa salire una supplica: Dómine, exáudi oratiónem meam, et clamor meus ad te véniat — Signore, esaudisci la mia preghiera, e giunga fino a te il mio grido. È la voce della Chiesa che domanda a Dio il dono difficile dell’unità. Perché l’unità non si improvvisa. Non nasce dalla simpatia naturale. Non resiste senza grazia. Bisogna chiederla: Signore, esaudisci la nostra preghiera; fa’ che il nostro grido giunga fino a te; guariscici da ciò che ci separa.
All’Offertorio la Chiesa prende la voce di Daniele: Orávit Dániel Deum suum, dicens: Exáudi, Dómine, preces servi tui: illúmina fáciem tuam super sanctuárium tuum: et propítius inténde pópulum istum, super quem invocátum est nomen tuum, Deus — Ho pregato il mio Dio, io, Daniele, dicendo: Esaudisci, Signore, le preghiere del tuo servo; fa’ risplendere la luce del tuo volto sul tuo santuario; e sii propizio a questo popolo sul quale è invocato il tuo nome, o Dio. Daniele non prega solo per sé. Porta davanti a Dio il popolo, il santuario, la città. La vera carità si allarga: non si salva da sola, non prega da sola, non soffre da sola. Intercede.
San Giuseppe Moscati, medico di Napoli, nei malati non vedeva semplicemente casi clinici, ma persone amate da Cristo. I poveri non pagavano le visite; spesso uscivano da lui anche con medicine e aiuti. La sua scienza non lo isolò dagli altri; divenne servizio. Anche questo è custodire l’unità del Corpo: mettere ciò che si è e ciò che si sa a servizio della vita altrui.
La Comunione dice: Vovéte et réddite Dómino Deo vestro, omnes qui in circúitu ejus affértis múnera: terríbili, et ei qui aufert spíritum príncipum: terríbili apud omnes reges terræ — Fate voti e adempiteli al Signore, vostro Dio; voi tutti che gli state intorno, portate doni al Dio terribile, a colui che abbatte il coraggio dei principi, terribile per tutti i re della terra. Dopo la Comunione, la Chiesa ci ricorda che non basta promettere: bisogna adempiere. Non basta ricevere il Corpo di Cristo: bisogna vivere come Corpo di Cristo. Non basta dire “Signore, ti amo”: bisogna portare doni, cioè offrire noi stessi, le nostre relazioni, le nostre ferite, le nostre fatiche, perché siano trasformate in carità.
Questa settimana custodiamo davvero l’unità dello Spirito nel vincolo della pace.
Primo: per sette giorni non parlare male di una persona precisa. Scegli proprio quella su cui cadi più facilmente nella critica. Se qualcuno la attacca davanti a te, non aggiungere nulla e, se puoi, dì una cosa vera e buona su di lei.
Secondo: entro questa settimana fai tu il primo passo verso qualcuno con cui c’è distanza. Non aspettare l’occasione perfetta. Telefona, scrivi, vai a trovare quella persona, oppure pronuncia semplicemente queste parole: “Mi dispiace per quello che è successo. Vorrei che tra noi ci fosse pace”.
Terzo: scegli una persona che ti costa amare e portala ogni giorno davanti a Dio. Nominala nella preghiera, offri per lei una decina del Rosario, una Comunione o un piccolo sacrificio concreto. Non chiedere anzitutto che cambi lei; chiedi che Dio cambi il tuo cuore verso di lei.
È così che l’unità smette di essere un ideale e diventa vita concreta del Corpo di Cristo.
Non basta non odiare. Bisogna amare. Non basta non rompere apertamente la pace. Bisogna custodirla. Non basta appartenere esteriormente alla Chiesa. Bisogna vivere da membra vive del Corpo di Cristo.
San Giosafat diede la vita per l’unità. San Massimiliano Maria Kolbe, ad Auschwitz, arrivò fino a offrire la propria vita perché un altro uomo potesse tornare dalla moglie e dai figli. Santa Fabiola mise i suoi beni e le sue mani al servizio dei malati. San Giuseppe Moscati trasformò la scienza in carità. Tutti ci ricordano la stessa cosa: l’amore di Dio, se è vero, diventa amore del prossimo; e l’amore del prossimo, se è veramente cristiano, nasce dall’amore di Dio e può giungere fino al dono totale di sé.
Chiediamo allora al Signore: tu sei giusto e retto nei tuoi giudizi; agisci con noi secondo la tua misericordia. Libera il tuo popolo dai contagi diabolici della divisione, dell’orgoglio e della freddezza. Rendici una nazione beata, un popolo scelto, un Corpo solo. Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo santuario, sulla tua Chiesa, sulle nostre famiglie, sulle nostre comunità. E dopo aver ricevuto il Corpo del tuo Figlio, rendici capaci di vivere davvero come sue membra: un solo Corpo, un solo Spirito, un solo amore.
©️ - Amicitia Liturgica

